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Ferrara
23 e 28 aprile 2004
Mahler Chamber Orchestra - Daniel Harding
Ascoltare concerti diretti da Harding è sempre stata, continua
ad essere , e - mi e Gli auguro con tutto il cuore - sarà
sempre una eperienza emozionante, foriera cioè di forti
e piacevoli sensazioni.
Ricordo ancora lo shock della mia prima volta, qualche anno fa
, al Teatro Filarmonico di Verona.
Harding era in tournée alla testa della Deutsche Kammerphilarmonie
di Brema e di lui già era arrivata l'eco del successo ottenuto
ad Aix-en-Provence (con il mozartiano Don Giovanni in alternanza
,niente meno che, con Claudio Abbado).
Eseguì nella seconda parte la terza sinfonia di Brahms.
Ero curioso, visto l'organico dell'orchestra, di sentirne una
versione "cameristica", abituato come ero invece ad
ascoltarne versioni con complessi orchestrali "robusti"
(alla Von Karajan oppure alla Bernstein, per intenderci ). Ebbene,
per me , possessore di dieci diverse registrazioni integrali delle
sinfonie brahmsiane e fortunato ascoltatore dal vivo per esempio
di quella integrale di Von Karajan durante uno dei suoi indimenticabili
Festival di Pasqua a Salisburgo, fu come se di colpo mi si aprissero
nuovi orizzonti di ascolto...
Ora alla presenza di Harding , merito anche e soprattutto di Ferrara
Musica, ci siamo per così dire abituati. E' però
questa una abitudine - ma bisognerebbe dire invece fortunata consuetudine
- sempre nuova e fonte di sempre diverse esperienze e sensazioni,
a testimonianza che la musica continuerà sempre a vivere
ed a vivificare chi l'ascolta purchè sia interpretata da
chi ha veramente in sè qualcosa di nuovo e di profondo
da esprimere e soprattutto da chi riesce a comunicarlo.Ciò
che ancora sembra essere incredibile è che a trasmettere
questo < bendidio > di sensazioni e di suggestioni sia un
giovane, un inglese, e soprattutto di classe 1976 !
Ma forse chi conosce l'amore per la musica degli inglesi , trova
ciò molto meno incredibile.
Egli dunque ,già da alcuni anni, non è più
una promessa , bensì una splendida realtà.
Confido molto che, oltre ad esibirsi abbastanza frequentemente,
continui a seguire il suo istinto innato, ma anche e soprattutto
che continui a studiare ed a interrogarsi costantemente ed a mettersi
sempre in discussione: solo così eviterà di <
bruciarsi > o di trasformarsi in un pur fenomenale...routinier.
Per ora il pericolo sembra non esserci. Ancora non sembra essere
stato sedotto dallo "star system" e dalle "major
" discografiche ( incide per la Virgin ,che delle "maior"
non fa proprio parte).Prova ne sia anche una candidissima risposta
che ha dato sulla porta del suo camerino ,al termine della stupenda
esecuzione del "Deutsches Requiem" brahmsiano , alla
mia domanda
< Come mai, Maestro, nell'organico mancava l'organo ?> :
< Perchè non me l'hanno procurato!>. Inconsapevolmente
Egli - senza null'altro aggiungere nè spiegare - si è
comportato quasi come si comportò Von Karajan a Salisburgo,
quella volta che, per una crudele circostanza di malfunzionamento
di qualche circuito dell'organo elettronico, girandosi sul podio
verso il pubblico prima dell'inizio,con la sua gracchiante vocina,si
scusò e invitò tutti a < sentire l'organo con
il cuore >!
Una cosa è certa però: la presenza dei microfoni
e soprattutto delle telecamere di una televisione ( difficile
crederci , ma erano proprio quelle della RAI ! che i concerti
non li trasmette mai !, fa anche rima....), galvanizzano qualsiasi
interprete, Harding compreso.
Eccoci ora alla cronaca.
Prima serata con un programma studiato - penso appositamente -
a ritroso nel tempo.
Subito alle prese con un ( per me ) ancora indigestissimo ,se
pur di brevissima durata , assaggio della musica (?) di A. Webern,
con i suoi Cinque pezzi op. 10 . Sembra impossibile ( ma questo
è anche il fascino della musica) che tale composizione
risalga agli anni 1911/ 1913 , se si pensa che nel 1911 moriva
G.Mahler , il quale, pur nella sua grande innovazione ( disse
< il mio tempo verrà > ), non era ancora giunto a
tali dicotomie ed a tali essenzialismi al limite dell'ascoltabile.
Poichè però il tempo di Mahler è venuto eccome,
e già da più di un quarantennio, chissà che
i nostri discendenti non si beino soprattutto di Berg, Webern,
Boulez...ecc...(la cui musica oggi secondo me probabilmente è
capita ed apprezzata più da chi la esegue che da chi l'ascolta)
; è pertanto giusto, e più che mai lo è oggi,
che qualcuno (ovvero Abbado , Chailly, e perchè no, Harding)
continui a proporla.
E' seguita poi una esemplare esecuzione della settima sinfonia
di Sibelius ( terminata nel 1925 ! ), che ,a guardar bene, sinfonia
- nel senso tradizionale del termine - non è più
, bensì un qual poema sinfonico senza soluzione di continuità
nei suoi sette diversi tempi.
Harding ha magicamente ricreato quelle fredde ma suggestive atmosfere
nordiche così presenti ed evidenti nelle sinfonie precedenti
, ma per nulla scomparse in questa ultima : nel melodico tema
solo una volta ripreso,si sono perfettamente riconosciuti gli
echi delle melodie delle sue quinta e prima.
Con un altro salto all'indietro ( siamo nel 1877), nella seconda
parte Harding ci ha regalato una essenziale ma appassionata, stringata
ma intensa , incisiva ma solare ed ottimistica esecuzione della
seconda sinfonia di Brahms. Essa porta il numero d'opera 73 -
la prima porta il numero 68 - e ciò la dice lunga su quanto
Brahms attese prima di decidersi a "sinfoneggiare" nuovamente
, dopo il < punto e basta >, che Beethoven però mai
pronunciò.
Bellissimo concerto quindi : dal suo maestro Claudio Abbado ha
persino imparato a decidere e scegliere con criterio il programma
e l'ordine di esecuzione dei brani!
Seconda serata con "Ein Deutsches Requiem" op.45 ,ancora
di Brahms ( ci collochiamo ora , sempre a ritroso,nel 1867/ 68
! ). Opera diretta nel 1868 a Brema dallo stesso Brahms nella
sua interezza ( quinto tempo escluso , in quanto da lui composto
solo nel successivo maggio ) in occasione del Venerdi Santo ,
essa non volle assolutamente costituire un'opera liturgica nè
ecclesiastica. lo dicono non solo il titolo che Brahms stesso
diede alla sua composizione ( < Un requiem tedesco > ) ma
anche i testi, che nulla hanno a che vedere con quelli tradizionali
della canonica "messa da requiem" e per i quali il compositore
ricorse invece a brani dell''Antico e Nuovo Testamento nella traduzione
che ne fece Martin Lutero.
Ad eseguire la parte corale era nientemenoche...l' Arnold Schoenberg
Chor , ovvero quanto di meglio e di più richiesto dalle
migliori bacchette mondiali; baritono era l'ottimo Matthias Goerne,
soprano era la blasonatissima ( ma incredibilmente incerta nel
suo inizio) Hillevi Martinpelto.
Con tutto il coraggio ( e forse anche la temerarietà )
della sua giovanissima età ,Harding ce ne ha offerto una
esecuzione non solo filologica ,quale oggi va così di moda
fare, ma ( e in ciò consiste la sua originalità
e maestria ) nello stesso tempo densa anche di partecipazione
emotiva e soprattutto di richiami che forse nemmeno lo stesso
Brahms avrebbe ammesso. Viene infatti da chiedersi cosa mai Harding
farà ascoltare e sentire al pubblico tra venti o trenta
anni , se già ora è in grado di infondere ( o di
fare riemergere ?) in alcuni passi di questo Brahms la delicatezza
ed il romanticismo che avevano contraddistinto le opere di Schubert
e di Schumann !
Su questo Requiem Tedesco di Harding ( stavolta come lo stesso
Brahms desiderò) , non è aleggiata nessuna guerra,nè
tantomeno la paura dell'aldilà .Si è ben avvertita
invece tutta la dolcezza, tutta la speranza ( di Brahms) e, perchè
no, tutta la gioia di "far musica" ( di Harding stesso)
! Prendere in esame ad uno ad uno i singoli sette brani, mi sembra
francamente superfluo e limitante.
Trionfo finale per Harding, per i solisti e naturalmente per quella
meravigliosa Orchestra con , speriamo proprio, un augurio di un
"arrivederci a presto, Maestro ! ".
Giorgio Arvati
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