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Beethoven, Sinfonia Nr.8 – Sostakovic, Sinfonia Nr.14
Direttore Daniel Harding
17 agosto
Sono stata tra coloro che hanno assistito alla
nascita internazionale di Daniel Harding ascoltando il primo
concerto che diresse a Ferrara nel 1998 e essendo presente alla
Prima del Don Giovanni di Mozart ad Aix-en-Provence nel luglio
dello stesso anno.
Nell’occasione del Don Giovanni rimasi colpita
da quanto Harding affermò nell’intervista inserita nel
programma di sala a proposito della “velocità” nell’esecuzione
dell’opera. Secondo il direttore il problema della velocità
era stato oggetto di lunghi ripensamenti e lunghe discussioni
da cui era derivato il convincimento che l’opera dovesse essere
eseguita staccando tempi molto rapidi con una lettura delle
indicazioni di tempo in accordo con quanto si ritiene intendesse
Mozart per le stesse (un Andante inteso da Mozart come tempo
relativamente rapido; Molto andante, inteso come tempo ancora
più rapido etc.); il tutto al fine di esprimere la vitalità,
la rapidità insita nella musica stessa di Mozart, al
fine di definire la struttura della musica per la quale gli
elementi costitutivi sorgono l’uno dall’altro producendo quell’esplosione
di energia che l’opera reca in sé.
Non nascondo che allora l’operazione mi lasciò
perplessa,così come accadde ad altri, critici o spettatori
che fossero, e che preferii di gran lunga la versione di Abbado
(anche ascoltandola semplicemente in registrazione e non vedendola
di persona) in cui, come di consueto, “tutto” veniva portato
alla luce, non esclusivamente l’energia pure giustamente caratterizzante
la partitura. Pensai, comunque,e, forse banalmente (i rimbrotti
piovvero), che la giovane età del direttore non potesse
consentire una lettura più profonda dell’opera (ritenere
una persona “giovane” in questo senso non era un limitarne le
doti di “fanciullo prodigio”; semplicemente intendevo constatare
un limite biologico naturalmente e, ripeto, banalmente ovvio).
Aver riascoltato Harding a Lucerna nell’esecuzione
della Sinfonia Nr. 8 di Beethoven mi ha involontariamente ricondotta
ai dubbi d sei anni fa (evito, non avendo le competenze necessarie
e non avendo nemmeno interesse alla cosa, di addentrarmi in
un giudizio tecnico di critica musicale specialistica), a chiedermi
se, ancora oggi, sia proprio la “velocità” dell’esecuzione
la chiave di lettura privilegiata da Harding nel momento in
cui egli affronta l’interpretazione di pagine celeberrime quali
appunto le Sinfonie di Beethoven o il Requiem di Brahms (Ferrara,
Stagione concertistica 2003/2004); a chiedermi ancora, pur in
una interpretazione scevra da sovrastrutture contenutistiche
opinabili, quali sono gli scopi, quale il fine di letture tanto
veloci ? Ho visto spettatori contenti e spettatori, come me
piuttosto dubbiosi al termine di quella “corsa” che è
stata la “sua” Sinfonia Nr. 8; li ho sentiti affermare, come
una signora gentile ha fatto: “Abbiamo ascoltato le prove di
Abbado e Pollini questa mattina e purtroppo notiamo la differenza!”
Doverosamente mi domando: sono io, siamo noi incerti a non capire,
a distanza di tanti anni dal suo debutto, le esecuzioni da parte
di Harding di pezzi troppo noti e per questo caricati di una
sovrastruttura estesica ineliminabile con un semplice colpo
di spugna, oppure qualcosa lascia effettivamente perplessi ?
Giustificare il dubbio col confronto con Abbado è purtroppo
riduttivo.
Al contrario, bella e di tutto rispetto è
apparsa a noi presenti in quella serata la lettura della Sinfonia
Nr. 14 di Dmitri Sostakovic; in questo caso l’interpretazione
è risultata trascinante, ben amalgamata nel suo insieme
di musica e canto, il canto intensissimo e profondo delle voci
stupende di Olga Guriakova e Anatoli Kotscherga. Una composizione
difficile, un canto straziato che ha però tenuto l’ascoltatore
attento e partecipe per tutta la sua durata. L’applauso sincero
e dovuto ha espresso un successo meritato.
Non sarà forse la musica moderna il terreno
dell’Harding migliore, almeno per adesso?
Daniela Testa 30 agosto 2004
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