Lucerna 2004

 

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Beethoven, Sinfonia Nr.8 – Sostakovic, Sinfonia Nr.14
Direttore Daniel Harding
17 agosto

Sono stata tra coloro che hanno assistito alla nascita internazionale di Daniel Harding ascoltando il primo concerto che diresse a Ferrara nel 1998 e essendo presente alla Prima del Don Giovanni di Mozart ad Aix-en-Provence nel luglio dello stesso anno.

Nell’occasione del Don Giovanni rimasi colpita da quanto Harding affermò nell’intervista inserita nel programma di sala a proposito della “velocità” nell’esecuzione dell’opera. Secondo il direttore il problema della velocità era stato oggetto di lunghi ripensamenti e lunghe discussioni da cui era derivato il convincimento che l’opera dovesse essere eseguita staccando tempi molto rapidi con una lettura delle indicazioni di tempo in accordo con quanto si ritiene intendesse Mozart per le stesse (un Andante inteso da Mozart come tempo relativamente rapido; Molto andante, inteso come tempo ancora più rapido etc.); il tutto al fine di esprimere la vitalità, la rapidità insita nella musica stessa di Mozart, al fine di definire la struttura della musica per la quale gli elementi costitutivi sorgono l’uno dall’altro producendo quell’esplosione di energia che l’opera reca in sé.

Non nascondo che allora l’operazione mi lasciò perplessa,così come accadde ad altri, critici o spettatori che fossero, e che preferii di gran lunga la versione di Abbado (anche ascoltandola semplicemente in registrazione e non vedendola di persona) in cui, come di consueto, “tutto” veniva portato alla luce, non esclusivamente l’energia pure giustamente caratterizzante la partitura. Pensai, comunque,e, forse banalmente (i rimbrotti piovvero), che la giovane età del direttore non potesse consentire una lettura più profonda dell’opera (ritenere una persona “giovane” in questo senso non era un limitarne le doti di “fanciullo prodigio”; semplicemente intendevo constatare un limite biologico naturalmente e, ripeto, banalmente ovvio).

Aver riascoltato Harding a Lucerna nell’esecuzione della Sinfonia Nr. 8 di Beethoven mi ha involontariamente ricondotta ai dubbi d sei anni fa (evito, non avendo le competenze necessarie e non avendo nemmeno interesse alla cosa, di addentrarmi in un giudizio tecnico di critica musicale specialistica), a chiedermi se, ancora oggi, sia proprio la “velocità” dell’esecuzione la chiave di lettura privilegiata da Harding nel momento in cui egli affronta l’interpretazione di pagine celeberrime quali appunto le Sinfonie di Beethoven o il Requiem di Brahms (Ferrara, Stagione concertistica 2003/2004); a chiedermi ancora, pur in una interpretazione scevra da sovrastrutture contenutistiche opinabili, quali sono gli scopi, quale il fine di letture tanto veloci ? Ho visto spettatori contenti e spettatori, come me piuttosto dubbiosi al termine di quella “corsa” che è stata la “sua” Sinfonia Nr. 8; li ho sentiti affermare, come una signora gentile ha fatto: “Abbiamo ascoltato le prove di Abbado e Pollini questa mattina e purtroppo notiamo la differenza!” Doverosamente mi domando: sono io, siamo noi incerti a non capire, a distanza di tanti anni dal suo debutto, le esecuzioni da parte di Harding di pezzi troppo noti e per questo caricati di una sovrastruttura estesica ineliminabile con un semplice colpo di spugna, oppure qualcosa lascia effettivamente perplessi ? Giustificare il dubbio col confronto con Abbado è purtroppo riduttivo.

Al contrario, bella e di tutto rispetto è apparsa a noi presenti in quella serata la lettura della Sinfonia Nr. 14 di Dmitri Sostakovic; in questo caso l’interpretazione è risultata trascinante, ben amalgamata nel suo insieme di musica e canto, il canto intensissimo e profondo delle voci stupende di Olga Guriakova e Anatoli Kotscherga. Una composizione difficile, un canto straziato che ha però tenuto l’ascoltatore attento e partecipe per tutta la sua durata. L’applauso sincero e dovuto ha espresso un successo meritato.

Non sarà forse la musica moderna il terreno dell’Harding migliore, almeno per adesso?

Daniela Testa 30 agosto 2004