Lucerna 2004

 

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Hindemith, Kammermusiken No. 4 – 5; „Finale 1921“ da Kammermusik No.1
Beethoven, Sinfonia No.1
Direttore Claudio Abbado
23 agosto

L’ultimo concerto in programma con la direzione di Claudio Abbado, concerto anch’esso inserito nella “cornice” Freiheit, prevedeva l’esecuzione di tre Kammermusiken di Paul Hindemith e la Sinfonia No. 1 di Beethoven.

Se la Sinfonia N. 1 di Beethoven non prometteva sorprese se non l’usuale pulizia e rigore nell’esecuzione a cui ci ha abituato la direzione di Abbado, interessanti dovevano apparire le tre Kammermusiken di Hindemith, pezzi non frequentemente eseguiti e senz’altro poco noti al grande pubblico. Nel caso specifico, erano in programma la Kammermusik No. 4 e No. 5 e il “Finale 1921” tratto dalla Kammermusik No.1. di stile “concertante”, se non addirittura veri e propri concerti per strumento solista e orchestra, la Kammermusik No. 4 e la Kammermusik No. 5 mettevano in luce le doti considerevoli di solisti quali Kolja Blacher e in particolare Wolfram Christ e fornivano un ultimo esempio delle tensioni insite nella musica del Novecento (nel caso specifico, degli anni Venti del secolo, anni in cui Hindemith compose i pezzi in questione), dell’ansia intellettuale, e non solo, dell’uomo del Novecento attraverso la commistione di momenti lirici e di ricerca ansiosa, in un clima culturale, politico e sociale che appariva esso stesso, come la musica, spezzato, dissonante, perennemente proteso, ciò nonostante, verso una non più raggiungibile armonia. Interessantissimo, in questo senso, il “Finale 1921” (purtroppo non aiutato da una pianista incerta) in cui alla musica “classica” nel senso stretto del termine si associavano elementi di musica jazz, “rumori” – la sirena con cui il pezzo si conclude – in un effetto drammatico ed irrisorio difficilmente non percepibile.

Non ho assistito al concerto del 23 agosto, dovendo ripartire prima di quanto avessi preventivato, e sono stata quindi ben felice di poter assistere alle prove (“alle prove, si impara” mi diceva la mia insegnante di musica e non aveva tutti i torti); so, però, che questo è stato l’unico concerto tra i tre diretti da Abbado (e quindi di maggior richiamo) che non ha registrato il tutto esaurito già nei mesi precedenti all’inizio del Festival; lo so per certo perché, per giorni, ho cercato di vendere il mio biglietto in biglietteria, non riuscendoci (non posso giurare che dopo la mia partenza le cose siano restato allo stesso punto), ed è un peccato – al di là del mio biglietto rimasto come trofeo o segnalibro – se questo dimostra che ancora ci sono resistenze di fronte alla musica moderna, quando proprio questa dovrebbe risultarci più comprensibile, più nostra pur, o appunto, a ragione della difficoltà della forma che è espressione veritiera del nostro mondo attuale (certamente molto di più della musica antica o della musica romantica), delle nostre fortune o, maggiormente, delle nostre sfortune.

Ho in mente, a questo proposito, un pensiero di un noto critico musicale che, in una sua recensione ad un concerto di Bach, osservava il pubblico e si chiedeva perché la folla accorresse a questo tipo di concerti, sostanzialmente complessi in quanto lontani dalla nostra epoca e perciò affatto incomprensibili, nell’accezione più nobile del termine, e perché la stessa folla disertasse con la medesima convinzione i concerti di musica moderna; detto critico trovava la risposta a questo comportamento nel fatto che la melodia “facile” della musica antica provocava quel piacere “analgesico” tale da far dimenticare gli affanni del quotidiano, mentre la musica moderna costringeva con brutalità ad immergervisi. La ragione di una partecipazione più ristretta a concerti “difficili”, nonostante la presenza di un direttore di fama, è ancora quella supposta dal critico? È ancora questo il motivo per cui si ascoltano Mozart e Bach seguendo la melodia ciondolando le teste e si evitano, se si può, Hindemith o Nono? Certo, i prezzi dei biglietti non erano incoraggianti, ma lo erano, forse, quelli delle altre tre serate con Abbado?

Daniela Testa, 8 settembre 2004