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LA
JUIVE
Musica
di Fromental Halévy
Libretto
di Eugéne Scribe
Maestro
concertatore e direttore, Frédéric Chaslin
Regia,
Günter Krämer
Orchestra
e Coro del Teatro La Fenice
Venezia,
19 novembre 2005
Shall
I bend low, and in a bondman’s Key,
With
‘bated breath and whispering humbleness,
Say
this?
Fair
sir, you spit on me on Wednesday last
You
spurr’d me such a day; another time
You
call’d me dog; and for these courtesies
I’ll
lend you thus much moneys.
William
Shakespeare, The Merchant of Venice, Atto
I, scena III
Ti
viene spontaneo toccarla. La sfiori, l’accarezzi, le dai buffetti,
la pizzichi, la palpi. Metti le mani addosso a Venezia.
Tiziano
Scarpa, Venezia è un pesce
Come ben delineato
nel programma di sala (La juive, libretto e guida all’opera,
a cura di Enrico Maria Ferrando), il problema che si pone allorché
si decida di mettere in scena un titolo del grand-opéra
francese, è quello di adattare uno spettacolo fortemente legato
per aspetto e forme al tempo in cui nacque ai gusti del pubblico
odierno in modo da non negarne del tutto l’essenza e nello stesso
tempo in modo da porne in evidenza i valori che esso può ancora
comunicare.
In questo senso,
forse, la scelta di proporre una lettura dell’opera che rinunciasse
a tutti gli effetti atti a “stupire” lo spettatore dell’Ottocento
(centinaia di comparse, un apparato scenico sontuoso, un corpo
di ballo, un cast di “primedonne”) a favore di una lettura moderna
che mirava, nella essenzialità della messa in scena, a porre
in rilievo il carattere concettuale e politico dell’opera che
risiede nel tema dell’intolleranza, tema più che mai attuale
e sentito.
Scelta, ovviamente
discutibile – e discussa in effetti da taluni presenti – se
si ritiene che un’opera debba essere presentata così come fu
scritta, senza alcun intervento sulla partitura, per quanto
motivato esso possa essere; scelta accettabile, se si è invece
interessati a vedere nella musica non un monumento, ma qualcosa
di attuale e se si è disposti ad accettare il dato inoppugnabile
che presentare un titolo del grand-opéra nella sua forma
integrale avrebbe potuto destare ben altre perplessità.
In ogni modo, per
ironia della sorte, la ricerca dell’aspetto moderno dell’opera
non riusciva ad eludere uno degli caratteri fondanti del grand-opéra,
quello dei forti contrasti tra potenti scene di massa e scene
di introspezione attraverso le quali si dipanava la storia di
un individuo solo di fronte alla Storia; individuo che assiste
impotente, o quanto meno orgogliosamente conscio della sua impotenza,
al compimento del suo Destino. Nella vicenda dell’ Ebreo Éléazar
e della figlia Rachel e nel loro contrasto con il mondo cristiano
si intravede non solamente la moderna intolleranza, ancora di
carattere politico/religioso, che oppone credi diversi e fanatismi
pericolosi, ma pure l’eterno gioco del Potere che, al di là
di una situazione politica ravvisabile nel mondo contemporaneo,
si manifesta nei suoi caratteri intrinseci che lo rendono universale
ed eterno anche nel rapporto interpersonale tra individuo ed
individuo. Potere come sopraffazione del più forte sul più debole,
là dove forte e debole sono i due termini di una
antitesi che vale per se stessa – il Forte che non ha giustificazione
della sua condizione di potenza e il Debole che non conosce
le ragioni della sua inferiorità – e che si alimenta di reiterata
menzogna; Potere come sopraffazione in termini umani dell’omologato,
di colui che “sta dalla parte giusta” sul debole tale
perché diverso, non omologato, non inscrivibile in alcuna
categoria di comodo, anzi fortemente radicato nella sua alterità,
nella sua “scomodità” sociale ed umana; di qui le figure
classiche del rifiuto che non procede esclusivamente dal
potente, dal vincitore, ma che si allarga pericolosamente alla
folla la quale, pur senza il medesimo potere, aiuta rafforza
fa da motore tragico alla negazione di che viene respinto; e
per quest’ultimo l’unica prospettiva di salvezza diventa la
vendetta o l’allontanamento altero da un mondo in cui non è
possibile penetrare.
Nella ricerca della
esplicitazione del messaggio, la regia sceglieva come indicatori
i contrasti, o meglio, le opposizioni, assecondando, anche in
questo caso, uno degli aspetti del grand-opéra quello
del chiaro/scuro timbrico come distintivo musicale del conflitto
tra i protagonisti. Prima di tutto i due piani spaziali su cui
si svolge il dramma: un “sopra” realizzato da un piano inclinato
che resta tale dall’inizio al termine dell’opera e su cui vengono
attuate le scene che hanno come agenti i vincitori, i cristiani,
il Potere nel momento in cui esso si manifesta in quanto tale;
opposto al “sopra”, un “sotto” che rappresenta il diverso, la
sottomissione, la sconfitta, luogo in cui viene celebrato non
solamente lo smacco del popolo oppresso – il popolo Ebraico,
nella fattispecie – ma pure l’ annientamento di un Brogli, di
Léopold, dello stesso Éléazar nella loro incapacità di una scelta
coraggiosa ed onesta; poi gli abiti e i loro colori: il bianco
della famiglia dell’imperatore e del popolo tutto opposto all’abito
nero di Rachel, del padre e degli altri Ebrei riuniti per il
Seder; da un lato il taglio stile Ottocento degli abiti dei
cristiani; dall’altro, l’abito di taglio moderno (corto al ginocchio)
di Rachel; ancora la luce che illumina via via i personaggi
che impersonano il Potere e la sua giustizia in opposizione
al buio del piano inferiore, gradualmente buio della ragione:
dagli Ebrei umiliati – buio dell’inferiorità – al buio dei vincitori,
della loro giustizia. Insieme a tutto questo, l’opposizione
centrale su cui è costruita l’opera, quella tra il cardinale
Brogli, vestito di rosso, e l’Ebreo nei suoi panni grigi cari
all’iconografia abituale dell’Ebreo senz’altro a contrassegnare
non solo una differenza esteriore – due fedi, due modi di vivere
e di credere – ma pure una differenza/diffidenza storica che
lega il popolo Ebraico a cliché mai del tutto cancellati, quali
quello della sua chiusura, della sua ricchezza disonesta, della
sua avidità, della sua meschinità che si fa legge nell’esercizio
della vendetta (numerosi i richiami a quel “occhio per occhio,
dente per dente” biblico tristemente e per secoli tristemente
e banalmente interpretato e purtroppo secondo tale forma diffuso),
dello “sfruttamento” delle umane debolezze (l’intelligenza perversa
dell’Ebreo) nella manipolazione dell’oro/collana che l’imperatrice
commissiona, della speranza nell’intervento di un Dio vendicatore
(in riferimento al Santo Benedetto che per gli Ebrei è innanzitutto
inesprimibile, mai vendicativo, semmai giusto, per quanto un
uomo possa stabilire, nei suoi limiti, cosa sia la Giustizia
Divina). Per ultimo, nella scelta di una indubitabile bipolarità,
una sensazione di chiusura precisata anche dal cercato restringimento
dello spazio scenico come ulteriore segno distintivo di una
situazione storicamente verificatasi e tutt’ora possibile, in
contrasto con la potenza della partitura, della musica a cui,
in conflitto con il commento di Berlioz (Malgrado tutti gli
sforzi fatti per impedire di ascoltare la partitura, malgrado
il ticchettio di armature, lo scalpiccio di cavalli, il tumulto
popolare, i suoni a distesa di campane e di cannoni, le danze,
le tavole imbandite, le fontane di vino, malgrado tutto il fracasso
dell’Académie Royale de Musique è stato possibile cogliere qualcuna
delle intenzioni del compositore, Anselm Gerhard, Paternità
selettive, la complementarietà dei due padri de La juive,
Programma di sala) viene lasciato tutto il potere
descrittivo, evocativo e altamente fascinatorio proprio del
genere.
Gli applausi del
pubblico al termine della rappresentazione sono stati la prova
tangibile di un esperimento pretenzioso condotto a termine con
dignità; certo, chi avrebbe voluto assaporare la gioia di un
grand-opéra in piena regola – anche tenendo conto del fatto
che La juive non è tra i titoli più frequentati dalle
programmazioni dei maggiori teatri d’opera – è sicuramente rimasto
deluso; ma chi si è accostato a questa messa in scena con l’idea
di ascoltare musica coinvolgente e di trarre qualcosa in termini
di messaggio, avrà goduto di questo spettacolo che, nonostante
la non omogeneità delle prestazioni da parte degli interpreti,
non ha mostrato cedimenti evidenti in nessuna sua parte. Delusione,
almeno per noi che eravamo andati apposta, per l’assenza
di Neil Shicoff nella parte di Éléazar.
Per me che entravo
per la prima volta nel teatro dopo la ricostruzione, l’emozione
di un luogo che non può lasciare indifferenti nonostante quelle
sue peculiarità che, banalmente a mio avviso, sono state il
fulcro delle critiche al momento della nuova inaugurazione.
È vero, La Fenice è straricca, stracolma, viene quasi voglia
di addentare un muro per sentire quanto è dolce tanto il suo
aspetto l’avvicina a quello di un elaborato prodotto di alta
pasticceria; è vero, La Fenice brilla troppo, fa quasi male
agli occhi se ci si sofferma a fissare instancabili i fregi
d’oro di cui è rivestita; è vero, La Fenice ha un sapore antico,
quasi di favola nel suo foyer tirato a lucido come una sala
da ballo e nel rosso dei velluti delle poltrone e delle grandi
guide sulle scale, ma è anche pur vero che ricostruire il Teatro
La Fenice significava ricostruire un luogo storico che non poteva
non essere che così con i suoi velluti, la sua eleganza opulenta
e i suoi ricami d’oro; bisognava ricostruirla com’era lasciando
al tempo il compito di renderla antica, più spenta nel suo splendore;
bisognava ricostruirla così com’era per dimenticare quella voragine
nera ed offesa nel centro di Venezia, per allontanare da sé
la visione, purtroppo non infrequente, dell’inedia che accompagna
l’espressione artistica in Italia, qui a Venezia, come in altri
luoghi, in questo teatro come in altri teatri, nella musica
come in altre arti.
Per me, torno a
ripeterlo, l’emozione nell’aver ritrovato qualcosa che doveva
tornare ad essere in una Venezia stupenda, nella Venezia che
amo di più: la Venezia invernale, di un pomeriggio in cui le
mani ti si gelano; la Venezia un po’ più “veneziana” in cui
vie note e sovraccariche di turisti (per raggiungere il teatro,
il percorso più ordinario, dalla stazione a San Marco con uno
scorcio di Rialto che appare improvviso sulla tua destra) nei
periodi di maggiore afflusso apparivano “stranamente” vuote,
con la “sorpresa” di trovarci anche negozi chiusi, banchi di
verdura ricoperti da teloni come in una qualsiasi città nelle
prime ore del pomeriggio; e, dopo, il ritorno in un regalato
“giro turistico”, quello che i veneziani suggeriscono a chi
vuole davvero conoscere Venezia, la sua anima più vera: lontano
dalle strade battute, lontano da San Marco e dai palazzi sul
Canal Grande, un unico saluto dal Ponte di Rialto al panorama
notturno del canale illuminato per poi “perdersi” nel groviglio
di calli, più o meno strette, ponticelli, campielli che si aprono
inattesi nel deserto della sera e in quel silenzio che pare
non poter esistere nella Venezia dell’iconografia, del cliché.
Sarebbe bello se
chi si propone di visitare Venezia la visitasse così, scoprendone
l’arte fuori dall’arte raccontata nelle guide (andando a San
Marco dopo, per intenderci) come sarebbe bello poter pensare
che la musica classica possa interessare un pubblico più vasto
(non solo quello degli amanti onesti o quello del pubblico “bene”
alla ricerca dell’evento). Sarebbe bello; certo i tempi sembrerebbero
promettere tutt’altro sia per Venezia che per la musica ad ogni
livello.
Ma ci si deve proprio
rassegnare?
Daniela
Testa, 4 dicembre 2005 |