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LIGABUE
NOME
E COGNOME TOUR/2006
PESARO,
BPA PALAS,
6 aprile 2006
BOLOGNA,
STADIO DALL’ARA, 8
giugno 2006
Avrei voluto
incominciare questo articolo in modo diverso, ma la morte assurda
di un ragazzo di 39 anni, arrivato a Bologna, allo stadio
Dall’Ara dopo una giornata di lavoro, a cogliere l’occasione
di un concerto per passare una serata diversa e in compagnia dei
suoi amici, mi costringe a cambiare tono, a non poter nascondere
lo sconcerto, il sapore amaro che resta in bocca, a limitare in
qualche misura quella che doveva essere una cronaca entusiasta di
un concerto molto bello e di una esperienza che mi mancava da
tempo. E per non dimenticare,
come saluto a questo ragazzo e a quelli che, come è
toccato a lui, incontrano il loro Destino nel momento in cui meno
avrebbero immaginato di poterlo incontrare, cercherò di
raccontare un pomeriggio di sole in una giornata diversa perché
attesa da tempo, perché ricca di promesse,
eppure uguale a tante altre: una giornata fatta di incontri
con gli amici, fatta di sole in faccia e di brezza di sera, di
un’emozione e di un ritorno a casa. Una giornata come altre,
nonostante tutto.
Sono partita di casa
piuttosto presto consapevole del fatto che per trovare un posto di
mio gradimento – ascoltare al meglio e vedere, cosa per me
importante – dovevo essere allo stadio con largo anticipo;
più mi avvicinavo alla Certosa, più incontravo ragazzi
che camminavano in direzione dello stadio e in effetti, quando
sono entrata io, il prato era già pieno di giovani che
aspettavano in piedi: attaccati alle transenne, i più veloci ad
entrare, dietro, pazienti, quelli che erano arrivati con quel
tanto di ritardo che aveva impedito loro di ottenere i “posti”
migliori sotto il palco o sotto le due passerelle che prolungavano
il palco tra la “platea”. Sulle gradinate la stessa atmosfera
di attesa paziente – molti come me sono rimasti seduti fino
all’inizio del concerto - con
lo sguardo al palco, al retro del palco, all’ingresso ai
camerini, alla gente dello staff che entrava ed usciva. Un sole
accecante, un cielo limpido, una giornata di raro “bel tempo”
in questa “bella stagione” che, per adesso almeno, “bella”
non è ancora.
Alle
nove il concerto è incominciato. Sceso il sole,
rinfrescata l’aria, qualche maglione infilato di fretta e la
felicità che si raccontava nelle braccia alzate dei ragazzi sul
prato e di quelli sulle gradinate, nell’attenzione di quelli che
si appassionano senza darlo a vedere, di quelli seduti nella
tribuna numerata, l’emozione (parola che sta diventando banale
per quanto la si usa, ma altro modo non c’è per indicare questa
tangibile serenità), l’amore, di cui si torna a parlare così
tanto (L’Amore conta, lo ha ripetuto Ligabue) tributato a
cantautore e musicisti con l’entusiasmo nel riconoscere ogni
canzone dalle prime note e cantarla insieme. Quello che si è
saputo il giorno dopo, quello che nessuno nello stadio si sarebbe
potuto aspettare, mi impedisce di dire qualcosa di più; dico
soltanto che quell’emozione che si è scatenata l’avevo già
incontrata nelle altre tappe del tour di quest’anno e che
l’esperienza dello stadio era quella che mi mancava per
completare una serie di concerti che avevano un filo rosso tra di
loro, quasi a voler ripetere, per quelli che ci sono stati e per
quelli che non ci sono stati, l’esperienza del concerto al
Campovolo a Reggio Emilia, nel settembre scorso.
Prova di questo, oltre
alle dichiarazioni di chi di dovere, è da vedersi nella presenza
degli stessi musicisti – nei club, una band, nei palazzetti
l’altra, tutte e due negli stadi, la rinnovata presenza di Mauro
Pagani – e nella scelta dei pezzi da proporre che, a parte
alcune eccezioni, credo legate al gradimento del pubblico che ama
“ballarci su”, sono stati cambiati in ogni occasione con il
risultato, per chi ha potuto assistere ad un concerto di ciascuna
tipologia, di poter riascoltare buonissima parte del repertorio
del cantautore cosa questa che personalmente apprezzo
particolarmente sia perché è bello riascoltare quello che ti è
piaciuto e che ricordi con affetto, sia perché proprio questa
ripresa rende il concerto un qualcosa di “nostro”, un
qualcosa che non è inscrivibile nella categoria dell’evento con
qualche motivazione (alta o bassa), sia perché – non so se sia
vero, ma mi piace illudermi che sia così – la sensazione che ti
rimane è quella di aver assistito ad un qualcosa che aveva come
protagonista più il pubblico che non i musicisti, ad un qualcosa
che trovava la sua linfa non in un messaggio da trasmettere (da un
po’ di tempo mi viene da dire, nonostante molti mi potrebbero
smentire, che conferenze, concerti di musica “seria”,
l’opera stessa, abbiano perso la loro connotazione di prodotto
per il pubblico e abbiano assunto quella di messaggio culturale
variamente indirizzato) o in una verità da insegnare, ma in un
benessere da suscitare, in un’energia da trasmettere attraverso
storie di tutti da poter raccontare. A questa stregua, anche
l’offerta della consolazione che la musica può fornire nei
momenti di sconforto e la canzone giusta in questo senso (non dico
di più perché sono decisamente “allergica” alla funzione
consolatoria della musica e non ci credo: personalmente, se sono
triste, la musica non riesco ad ascoltarla). In ogni caso, molte
sono state le canzoni proposte e molti i temi trattati con
un’attenzione in più verso il mondo femminile e una serie di
pezzi che hanno come protagoniste donne innamorate, donne che
hanno fatto parte della nostra storia, donne che hanno sofferto,
che soffrono, che sono oggetto di desiderio o che lo sono state;
inoltre la canzone votata dal fan club come la più
richiesta: E’ più forte di me dall’ultimo fortunato
album. Storia a ritmo di rock di una ossessione di tipo
sentimentale e sessuale dedicata a tutti quelli che la provano o
che la hanno provata, a tutti quelli che la considerano una
esperienza da dimenticare e a tutti quelli che la sperimentano al
momento, nel modo paradossalmente più bello: nella speranza di un
sogno da realizzare nel presente o in un futuro molto prossimo.
Un concerto bello,
insisto senza voler aggiungere di niente di più; un concerto in
cui Ligabue ha cantato una canzone dietro l’altra, intervenendo
molto raramente; atteggiamento diverso da quello tenuto a Pesaro,
l’unico concerto nei palazzetti a cui ho assistito, ma di cui ho
un ricordo vivissimo, quello che si ha di serate nate
“giuste”, quelle che possono anche partire male, ma che sono
forse già destinate a risolversi al meglio e a lasciare
una”traccia”.
Niente sole, niente
automobile, una giornata cupa di pioggia e vento con scuola al
mattino e decisione da prendere in fretta nel primo pomeriggio; a
decisione presa, una corsa tra vento forte e pioggia, rischio
altissimo di doversene tornare a casa in quel della stazione di
Bologna per impossibilità reale di entrare nel treno sovraccarico
di studenti; cambio di treno con un bel po’ di ritardo sulla
tabella di marcia e finalmente arrivo a Pesaro col convincimento
di non poter entrare o di dovermi sedere “in cielo” per essere
approdata al palazzetto troppo tardi. E invece niente di tutto ciò,
ma una serata carica perché, di emozione, Ligabue ne ha regalata
a quintali con due ore di musica e di parole che mi incuriosivano
quando ascoltavo le sue canzoni senza badarci più di tanto e che
mi prendono oggi che le ascolto con maggiore attenzione.
A
parte la musica così travolgente eppure intima in qualche misura
di cui non posso, ma non voglio neppure dire nulla se non
ribadirne la forza e l’intensità, non posso non trattenermi –
forse per deformazione professionale, ma non solo- su quei testi
semplicissimi nella forma, semplicissimi nella loro sostanza,
espressione di molti momenti della mia vita e di quella dei
giovani della mia generazione; come è stato già detto da altri,
quei testi sono la testimonianza delle speranze, innegabilmente
troppo grandi eppure vissute fino in fondo e della conseguente
delusione; quei testi si tingono di malinconia forse anche di
nostalgia, ma pure continuano a cantare l’ incanto dei sogni, la
bellezza dell’esistenza, della speranza, nonostante tutto.
Quasi
certamente è questo quel desiderio, più volte espresso da
Luciano Ligabue, di “muovere energia in me e in chi mi sta a
sentire” : la spinta ad essere se stessi a dispetto delle
“gabbie” personali o sociali o caratteriali, la sollecitazione
a lasciarsi andare ai sogni - che si realizzino o meno – in una
materia che prende la realtà di ogni giorno, quella più
“banale”, come tema conduttore e che sceglie la forma della
lingua popolare, quella che rifiuta i congiuntivi, per arrivare a
tutti e per essere di tutti.
A questo
riguardo e per tornare al concerto, se mi avessero chiesto di
scegliere i pezzi da mettere in scaletta, avrei scelto le canzoni
che ho ascoltato; canzoni, io credo, legate a due linee di
contenuto: l’una, quella dei sentimenti (tanti sentimenti, non
semplicemente l’amore tra un uomo e una donna, nell’accezione
più ovvia del termine, ma pure gli affetti in senso ampio, il
nostro modo di essere, la natura particolare del femminile e
quella del maschile) e quella tanto cara dell' evasione dalle
proprie sbarre, dalle sbarre che ci vengono imposte, dalle
maschere; la libertà di poter manifestare il proprio essere,
quella che un pubblico esaltato in “platea” e composto, ma
attentissimo, sulle gradinate ha condiviso.
Non
ero presente al concerto di Campovolo a Reggio Emilia, ma credo di
averlo riascoltato in questi tre appuntamenti (l ‘altro, a cui
mi riferisco, è quello a Nonantola)
e in qualche modo rivissuto. Al termine del concerto a
Bologna, Ligabue ha salutato con un gesto della mano e ha lanciato
il suo “alla prossima”.
Tra
un mese. In altri stadi.
Daniela
Testa, 13 giugno 2006
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