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LIGABUE
– NOME E COGNOME TOUR 2006/2°
Padova,
Stadio Euganeo
14
luglio 2006
Non avendo
potuto scrivere quanto e come avrei voluto sul concerto a Bologna
(Stadio Dall’Ara, 8 giugno 2006) chiudo per adesso il “diario”
dei concerti del “Nome e Cognome Tour 2006” con il racconto della serata del 14 luglio allo Stadio
Euganeo di Padova, primo appuntamento della seconda tranche dei
concerti negli stadi a seguito di quelli nei club e nei palazzetti.
Sono arrivata a
Padova introno alle quattro del pomeriggio con la convinzione
errata, ma sincera, che, dato il momento (siamo in luglio, tempo di
ferie), dato il caldo molto forte (siamo stati in ogni caso
fortunati, in quanto spirava un certo qual venticello, cosa rara per
il clima estivo standard della pianura veneta) non ci sarebbe stata
una grandissima partecipazione. Mi sono dovuta ricredere fin dal
viaggio in autostrada dove, in prossimità dei caselli per Padova,
veniva indicato, e a più riprese: ’uscita consigliata per lo
Stadio Euganeo Padova sud”; poi all’arrivo, con la
possibilità di un parcheggio solo parecchio distante dallo stadio;
poi con la folla subito sulla strada per l’ingresso e davanti
all’ingresso (i cancelli devono essere stati aperti intorno alle
due del pomeriggio, ma i residui per terra dimostravano la presenza
di tanta gente da molto prima, già dalla mattinata).
Per cercare di
capire anche quello che succede nel prato, in piedi, davanti al
palco, avevo il biglietto uguale a quello di tanti disposti a lunghe
attese pur di “essere vicini” il più possibile e essere liberi
di ballare e saltare senza le limitazioni “naturali” nelle
tribune. Per questo motivo probabilmente ci abbiamo messo un po’
ad entrare, a passare i controlli degli zaini e delle borse.
Quando finalmente sono entrata nello stadio, mi sono resa
conto del numero di persone già presenti: tante, di tutte le età
anche in prevalenza giovani, tutti lì per quattro e più ore ad
assorbire quel calore e quella luce abbacinante (anche in questo
caso, un pomeriggio di una luminosità particolare perché l’afa
abituale e l’umidità rendono il cielo non azzurro come era, ma
quasi grigio, quasi opaco) per ributtarli fuori altrettanto caldi e
luminosi all’arrivo “del loro idolo” e di quel rito, come bene
è stato definito, che è molto simile ad
altre volte, ma pure nuovo, tanto da fare di ogni concerto un
concerto in qualche misura diverso dai precedenti.
L’idolo,
Ligabue, è arrivato
con un leggero ritardo, solo un quarto d’ora, ma la platea lo
aspettava già caricata e pronta al “proprio” spettacolo tanto
che è bastata la corsa contro le transenne di una parte del
pubblico che aveva visto arrivare la sua macchina perché l’intera
“platea” sull’erba si scatenasse e le tribune, riempite
anch’esse, a dare il la ad una performance che sarebbe stata
vissuta da entrambi gli attori – musicisti e pubblico – come
l’ennesimo evento, “rito” da consumare insieme, di felicità
collettiva.
Non starò
adesso a ripetere quello che ho già scritto in occasione del
concerto a Bologna – presenza di due gruppi di musicisti, di Mauro
Pagani, della musica che prende e dei testi che non lasciano e non
possono non lasciare indifferenti, della voce di Ligabue, della
bravura di tutti – per non sembrare banale da un lato e per
mancanza di conoscenza tecnica sufficiente da un altro, ma vorrei
invece soffermarmi ancora, anche a pena di ripetermi, sulla reazione
del pubblico e sul perché di questa immancabile atmosfera che viene
a crearsi; sul perché di questa empatia tra artista e fan, empatia
che fa sì che il pubblico si scateni davanti a canzoni in cui la
componente rock è inequivocabilmente presente e si addolcisca
quando i toni si smorzano. La gente segue, si fonde con i musicisti
sul palco; diventa un tutt’uno con loro seguendo la musica,
l’accelerazione del ritmo, “obbedendo” ai segnali dal palco;
in definitiva, non smettendo mai, per l’intero arco delle due ore
e più di musica, di entrare in simbiosi – lo ripeto per
l’ennesima volta - con il musicista, con la sua voce, con i ritmi,
persino nella gestualità in qualche modo anch’essa imitata. E non
è un caso che le cose vadano in questo senso – dappertutto, in
tutti i concerti che ho ascoltato quest’anno
- perché l’artista stesso smuove, fomenta questo tipo di
reazione; resta cosa complessa semmai scoprire una spiegazione sul
come e sul perché; si entrerebbe in un campo difficile e le
eventuali risposte rischierebbero di essere limitative e non
esaurienti. Vogliamo trovare una risposta nella
forza di una musica che “prende”, che sposa testi in cui
la realtà “ordinaria” della vita di provincia si fa metafora
della vita della persona “media” in cui passioni, dolori,
affanni quotidiani si stemperano in una spinta propulsiva al futuro,
alla speranza che non elimina il dolore, ma lo rende parte del gioco
dell’esistenza? Oppure nella mancanza voluta di idee da trasmettere, di
ricette esistenziali da fornire, di formule salvifiche che possano
garantire una sorta di analgesico spirituale contro la sofferenza ?
Oppure ancora nella presenza scenica che Ligabue garantisce
instancabile per le due e più ore di spettacolo ? Non lo so, anche
perché ognuna di queste ipotesi può essere di per sé una
motivazione plausibile. Credo, piuttosto, che una delle ragioni stia
nel voluto desiderio di comunicare emozioni, ma pure di
riceverne altre, come contropartita, attraverso i mezzi espressivi
della musica e dei testi (nelle canzoni più riuscite, e non sono
poche, ovviamente musica e testo si compenetrano al punto da
costituire quella fusione forma/contenuto non facilmente
realizzabile anche in pezzi arrivati tuttavia al successo);
desiderio che Ligabue ha molte volte dichiarato essere una delle
ragioni del suo fare musica e delle scelte stilistiche adottate,
forte anche nella sua convinzione che: ” La canzone entra
nell’immaginario collettivo o in quello singolo […]. Non credo
esista una sola persona che sia refrattaria al contagio […]. Anche
l’intellettuale più
integerrimo e integralista fischietta melodie popolari, ne sono
certo” (da Luciano Ligabue, Urlando contro il cielo.
Conversazione con Massimo Cotto, Aliberti Edizioni) e che la
musica popolare, comprensibile nel testo e coinvolgente nella
melodia, sia una forma
di comunicazione, di dialogo, di scambio di emozioni. Uno scambio,
quasi alla pari, che può avvenire solo in quel modo, soltanto
durante il concerto, momento in cui viene richiesto non tanto un
applauso di approvazione per il valore della sua produzione (valore
che ovviamente esiste, non vorrei essere equivocata) quanto il
personale contributo in urli, in salti, in canti, in mani alzate, in
sguardi persi, in pensieri che vanno, in commozioni date o non date
a vedere, ma comunque sentite.
E, se
l’emozione del pubblico assume le fattezze di quello che ho
tentato di descrivere, i maxischermi posti ai lati del palco
restituiscono, a chi come me ritiene una manna poter “vedere”
visi e mani sugli strumenti perché ulteriore veicolo di
suggestione, la gioia di vedere l’emozione dei musicisti di fronte
al successo decretato dal pubblico. Chiudo con una frase presa da un
articolo apparso sul quotidiano La Repubblica in occasione del
concerto tenuto a Roma, allo Stadio Olimpico lo scorso giugno:
“(Ligabue) ha gli occhi spalancati, il volto raggiante, un
sorriso felice. Si capisce che sta cercando di assorbire al massimo
l’energia che arriva […] come se fosse l’unica occasione
possibile. Vuole portarsi a casa questo tesoro di umanità.” (Gino
Castaldo, Ligabue, un’onda di 60.000 teste, La Repubblica
lunedì 5 giugno 2006).
Per coloro che
potranno - e spero siano tanti anche quelli che abitualmente non
frequentano tali manifestazioni perché ne vale la pena - il saluto
abituale ad una “prossima volta”.
Non per me che
non ho altri “stadi” in programma (ma neppure i soliti miei
appuntamenti estivi che da un tre anni a questa parte mi hanno
portato in quel di Lucerna per il Festival).
In attesa comunque
di ottobre con ottime cose in arrivo, colgo l’occasione – è
da tempo che volevo farlo quest’anno – per ringraziare il Wanderer
Club, e Matteo Marazzi in particolare, per avermi dato l’opportunità
di scrivere anche di musica rock/pop o giovanile che dir si
voglia in questo spazio che non la prevedeva. Il mio ringraziamento
non si limita però alla pura possibilità della pubblicazione
di questi “diari” ma anche alla loro stessa esistenza: per quello
che penso da sempre, tutto sommato, ma da quest’anno senza alcun
dubbio, non avrebbe avuto alcun senso pubblicare i miei pensieri
in altri luoghi, magari in quelli specifici; quello che mi stava
a cuore, era esprimere il mio convincimento che l’espressione
musicale non possa più essere limitata al campo del classico
e che pure espressioni quali quelle di Ligabue e di tanti
altri come lui abbiano la medesima dignità, meritino di convivere
insieme alle espressioni consuete dell’arte cosiddetta “seria”.
Gli entusiasmi in uno stadio lo dimostrano e ne dobbiamo tenere
conto.
Daniela
Testa, 22 luglio 2006
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