Incanti musicali londinesi

 

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Facendo pulizia nel computer, ho ritrovato questo vecchio commento scritto quasi un anno fa, al ritorno dalla magnifica trasferta Wanderer a Londra.
Per qualche strano motivo, mi ero dimenticato di spedirlo a chi si occupa del nostro sito: lo faccio ora, scusandomi dell’inammissibile ritardo.

Matteo Marazzi

Quattro giorni a Londra (compresi i viaggi) e tre spettacoli da ricordare… i primi due (al Covent Garden) in fondo simili per visione ed emozione. L’ultimo, antico e ancora pugnace, all’English National Opera.
La regia di Vick (Falstaff) e quella di Bryden (Piccola Volpe Astuta) sembravano richiamarsi l’una all’altra.
In entrambi gli spettacoli trionfavano gli stessi colori pastello (anche se più notturni e misteriosi nella Volpe), le stesse atmosfere stranianti e surreali, ma soprattutto la stessa magia fatata, semplice e penetrante, da cartone animato, da sogno di un bambino.

Il Falstaff di Graham Vick è legato, come è noto, a un’occasione storica per il Covent Garden: fu la nuova produzione con cui si riaprì il teatro dopo gli importanti lavori di ristrutturazione nel dicembre del 1999. Ricordo, all’epoca, le esaltanti recensioni che invadevano le riviste internazionali: un po’ per l’interesse suscitato dall’allora fresco-fresco Falstaff di Bryn Terfel e un po’ per la regia unanimemente applaudita di Vick, sottile, ma anche virtuosistica (i cambiamenti di scena a vista firmati da Paul Brown, che esaltavano le nuove risorse tecniche del teatro).
Tutte le riviste riportarono le foto di un Terfel - meravigliosamente truccato - che esibiva con notevole sense of humor una ributtante e obesa nudità.

Lo spettacolo si fonda (visivamente parlando) su due elementi portanti: lo sfasamento delle prospettive e gli eclatanti contrasti cromatici: l’osteria della giarrettiera sembra ricordare piuttosto una soffitta (rossa-pomodoro) posta al di sopra dell’osteria… al centro un gigantesco lettone, sotto le cui coperte, accucciati ai lati di Falstaff, bivaccano Pistola e Bardolfo. L’oste entra e esce da una botola nel pavimento, bottiglie vuote sono sparse ovunque e dall’alto una fila di teste di cervi impagliate occhieggiano la scena. La prima scena del terzo atto (occasione di uno dei più struggenti “mondo ladro” che abbia mai sentito) presenta la stessa scena rivoltata… l’impressione è quella di essere al di fuori dell’osteria, ma le grandi teste di cervo sono ora (al contrario) sullo stesso palcoscenico… l’effetto dei vari personaggi (Alice, Nannetta, Ford, Pistola, Bardolfo, Cajus, Meg…) che discutono gironzolando per il palcoscenico alla “guida” di queste testone di cervo (usate a metà fra il carrello da supermercato e le macchinine da autoscontro) è esilarante.

Un enorme letto (questa volta giallo canarino) occupa la seconda scena del primo atto, quella in casa di Ford, mentre l’ultimo quadro (estremamente suggestivo) si svolge ai piedi di una quercia fatta completamente di figuranti… raccolti sui tre piani di una sorta di ascensore, i mimi e i coristi agitano le braccia che diventano i rami dell’albero.

Nel corso della regia si moltiplicano le trovate e le gags… a parte le varie allusioni sessuali (Terfel che contempla e pavoneggia le proprie enormità … non solo della pancia), ricorderemo l’effetto di Nannetta che canta la sua aria sulle spalle di un figurante (totalmente coperto dalla sua veste), oppure la simpatia irresistibile degli amici di Ford (saltimbanchi) che danno la caccia al seduttore saltando, rotolando, facendo capriole e salti mortali fra i mobili della casa.

Il vero motivo di interesse non sembra poggiare su una visione più o meno profonda o sconcertante del testo (impressione che invece avevo riportato dalla produzione di Decker, vista a Firenze), ma sulla vivacità narrativa tipica del migliore Vick (almeno quando l’opera gli è congeniale).

Altrettanto bella come impatto e ugualmente poco disposta a riletture inutilmente sconcertanti mi è parsa la Piccola Volpe Astuta nella regia di Bryden. Anzitutto occorre considerare che la produzione ha i suoi annetti (fu creata nel 1990, con un successo tale che, vista oggi, può sorprendere).
Che il regista abbia dato prova di un tocco leggero e raffinato è evidente… che scene e costumi siano fantasiosi e stupendi è un altro dato di fatto… In particolare è una gioia la finissima ambiguità dei costumi degli animali (fra l’animalesco e il bourgois Belle Epoque): ad esempio il vestito della volpe è una via di mezzo fra il fulvo animalesco e una gonnella a perline da anni ’20, da danzatrice di fox-trot; il volpe-maschio si presenta con una berretta da pilota e bretelle; il tasso ha pantaloni a righe e il cane una comoda veste da camera… le galline poi (tronfie e pettorute) razzolano con una specie di divisa da cameriere d’altri tempi.

La scena (di William Dudley) è dominata da una specie di ossessione rotatoria… al centro l’enorme ruota all’interno della quale i personaggi camminano (simili a un criceto nella sua ruota); ma nelle scene della foresta, strane macchine teatrali fanno roteare in alto cerchi verdi (i rami della foresta, che sembrano fronde mosse dal vento) e un sole metallico (a sua volta simile ai frammenti di sole che si possono intravedere in un bosco). Nelle scene all’osteria i personaggi bevono e chiacchierano all’interno di una grande botte che ruota su e giù, come una culla (e dandomi un certo mal di mare… lo ammetto). Altrove apparivano strani alberi mobili (simili ai rulli di un autolavaggio) che a loro volta ruotavano.
L’ossessivo senso della rotazione (che così fortemente allude alla sensibilità del primo Novecento) si sposa con poesia alla circolarità dell’opera, al nostalgico senso di ciclicità di una vita che compie il suo percorso mentre intorno a lei tutto si rigenera, muore e rinasce.
Ovviamente (come per il Falstaff di Vick) molta parte della magia era data dalle luci, coloratissime, ma cupe (un profluvio di verdi e blu) più prossime al sogno di un bambino, in una notte misteriosa…

Tutt’altra era l’estetica del vecchissimo e glorioso Rigoletto all’English National Opera.
Lo spettacolo firmato da Jonathan Miller è ormai consegnato alla storia, non solo per lo scandalo che sollevò alla creazione, ma anche per la sbalorditiva efficacia narrativa, che colpisce anche oggi.
Non mi aspettavo davvero di essere a tal punto conquistato da una regia vecchia di quasi vent’anni.
Devo ammettere però che buona parte della magia è dovuta al teatro in cui hanno luogo le rappresentazioni dell’ENO, il Coliseum, in cui entravo per la prima volta.
Il Teatro si presenta dall’esterno vecchio, popolare, persino diroccato… tutto il contrario del fastoso e splendente Covent Garden. L’atmosfera è gioviale e “casual”, tanto che ti senti un po’ imbarazzato con la giacca e la cravatta. Per accedere alla Balcony (i posti popolari) devi percorrere dei corridoi talmente spogli e modesti, da scantinato, che ti sembra un effetto voluto.
Poi (dopo interminabili scale) accedi finalmente alla sala teatrale…
E l’impressione che ne ricevi è enorme.
Descriverla è difficile… per prima cosa è grandissima, sovrastata da una cupola gigantesca… la vedi stracarica di stucchi e ninnoli, piuttosto offuscati dal tempo, strutture di legno, odorose di vecchio, velluti incupiti dagli anni… ti dà l’idea del teatrone popolare in disarmo, ti compiaci dei teloni vecchi e delle ridicole sculture equestri collocate qua e là…
eppure… a soffermarsi si apprezzano l’incredibile armamentario di fari e luci (che occupano l’alto dei palchi laterali), la modernità e funzionalità dei servizi, addirittura i binocoli attaccati alle sedie, a disposizione del pubblico… insomma hai quasi la sensazione che tutto quel vecchiume un po’ patetico e vittoriano che ti circonda sia tenuto a bella posta, per creare il contrasto con quello che vedrai, ossia produzioni all’avanguardia, tecnicamente perfette, il “futuro dell’opera già nato” (come recita uno slogan all’ingresso).
Lo spettacolo (che come è noto ambienta la vicenda di Rigoletto nella Chicago degli anni ’50, tra killers in giacca e cravatta, saloni-bar con rivestimenti in linoleum, bassifondi portuali con scale anti-incendio) è tuttora di una funzionalità irresistibile.
I nodi importanti dell’opera (quelli drammaturgici, quelli psicologici) emergono con un’evidenza che poche volte ho riscontrato (e di Rigoletti, come tutti, ne ho visti tanti…).
La prima scena dell’opera e l’ultima (con Gilda chiusa in un sacco da obitorio, portata per il porto su un carrello di legno) possiedono una potenza che fanno rimpiangere il Miller di quegli anni…

A differenza dei due spettacoli al Covent Garden (diretti da personalità notissime come Pappano e Gardiner), questo Rigoletto si avvantaggiava della mano aggressiva e aspra di Michael Lloyd, a me sconosciuto: orchestra di buon livello, sempre pronta ad assecondare le violentissime accensioni volute dal direttore. Eppure (occorre ammetterlo) niente a che spartire con il taglio ben diversamente coinvolgente dato da Antonio Pappano al Falstaff: alcuni avrebbero potuto trovare esagerati alcuni tempi velocissimi (e tali da imbarazzare orchestra e cantanti), ma il senso della narrazione era esarcebato dei colori; gli strumenti, le cui voci erano come ritagliate, dialogavano coi personaggi con quella sottigliezza psicologica che – un po’ – mancava nella regia di Vick.
Più prevedibile ma non di meno FAVOLOSA la lettura di John Eliot Gardiner alla Volpe Astuta… suoni impalpabili, leggerissimi, aerei, indefinibili, come solo lui sa ottenere, ci trasportavano in un mondo di fiaba, indistinto, inebriante.

Le tre opere a Londra sono state il trionfo dei baritoni: su tutti svetta Bryn Terfel, non soltanto (e di gran lunga) il miglior Falstaff immaginabile oggi, ma certamente uno dei grandi Falstaff di tutti i tempi. La voce è di una morbidezza e di una robustezza da lasciare di stucco, può lanciare acuti possenti oppure piegarsi ai più languidi ripiegamenti (i sussurri liederistici del monologo al terz’atto). L’attore – lento, pesante, sfrontato – è di una comicità travolgente, tiene il pubblico in pugno, gioca con il ruolo come solo chi ne è totalmente padrone può fare.
Il sospetto del “fare troppo” diventa un pregio in questo caso, tanto è fondamentale il carisma dell’interprete nell’economia della produzione.
Terfel è talmente abbagliante che si ha l’impressione che offuschi Anthony Michaels Moore (che avevo già ammirato, col Wanderer Club, quale Ford a Parigi nel 2001, diretto però da Gardiner).
Ma così non è: pur senza compiacersi di una presa sul pubblico tanto violenta, anche Michaels Moore consegna ai londinesi un’incarnazione storica…
Nessuno come lui sa esaltare – oggi – tutti gli aspetti di Ford, lasciando trapelare la virilità un po’ maldestra del bravo padre di famiglia, il self-control da “gran borghese”, quasi intimidito di fronte a qualcuno che (come Falstaff) rappresenta la negazione di tutte le sue certezze…
Pure magnifico è risultato (nel guardiacaccia della Volpe Astuta) Gerald Finley, baritono a cui sono particolarmente legato da quando lo …scoprii in un Sogno di Mezz’Estate a Aix-en-Provence.
Oggi le difficoltà sull’acuto sono meglio dominate di un tempo, ma la bellezza pressoché incredibile del suo timbro al centro continua a fare meraviglia.
Straordinario attore, Finley ci presenta un guardiacaccia insolitamente giovane e aitante (ciò che rende più intrigante e curioso il suo rapporto con la giovane volpe). Peccato solo che (pianissimi a parte) il finale non sia stato così struggente come – ad esempio – lo faceva Allen.
Nessun pianissimo (ma proprio nessuno) invece nel Rigoletto di Alan Opie all’ENO, comunque impressionante per volume vocale, splendore di acuti e intensità scenica.

Fra gli altri cantani, ovviamente spadroneggiano i soprani, con una deliziosa e vibrante Down Upshow nel ruolo della volpe, la fiera e persino un po’ acida Alice di Soile Isokoski, la graziosa Nannetta di Rebecca Evans (dalle stupende filature “fisse”) e la Gilda abbastanza lirica e appassionata di Linda Richardson.
Il coté mezzosoprani mi ha rivelato una splendida sorpresa in Stephanie Blyte, Quickly dalla voce gigantesca, dalle note di petto intimidatorie e dal delizioso senso dell’umorismo. Prevedibilmente brava (ed estremamente convincente nelle sue pose da seduttore) Joyce di Donato, nel ruolo del volpe maschio.

Matteo Marazzi