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FESTIVAL
DI LUCERNA
ESTATE
2005
LUCERNA 2005: su
Daniel Harding e la Sinfonia No.4 di Brahms
Johannes
Brahms,
Sinfonia No. 4 op. 98
MAHLER
CHAMBER ORCHESTRA
Daniel
Harding,
direttore
Assistendo alle
esecuzioni di Daniel Harding, sono sempre rimasta disorientata di
fronte alla “velocità” delle sue interpretazioni, in
particolar modo delle sue interpretazioni del repertorio cosiddetto
classico (Settecento/Ottocento); questa volta, di fronte alla
lettura della Sinfonia No.4 di Brahms, mi sono trovata costretta a
chiedermi che cosa significasse il termine “velocità”, anche
per me che lo uso, in che cosa consistesse: velocità in relazione a
cosa?
Tengo a precisare
che quello che vado a
dire mi viene solo dall’aver assistito al concerto del 19
agosto e dal rifiuto delle due posizioni assunte dai presenti
(tutti, per inciso, più o meno aficionados di Abbado): l’una,
ovviamente positiva, quella degli “amici” di Abbado e di conseguenza
anche di Harding (bravo l’uno, uguale l’altro, insisto, per rigoroso
effetto); l’altra, un po’ meno entusiasta, quella di altri
estimatori di Abbado, ma forniti di una preparazione musicale più
matura e un senso critico non ancora completamente
avvilito.
Vengo al dunque:
l’esecuzione di Brahms mi ha lasciata nuovamente perplessa, questa
volta però non perché mi abbia turbato negativamente la”
velocità” della lettura, quanto perché non mi ha persuaso la
“acutizzata lentezza” ravvisabile qua e là nel corso dei
quattro movimenti in generale, nel primo in particolare, unita a
“velocità” altrettanto accentuate altrove (ovviamente mi
limito a considerare una delle componenti della musica,
l’indicazione di tempo, perché questa, credo, di fondamentale
“interesse” nelle interpretazioni di Harding).
Per fare un esempio,
nel primo movimento (Allegro ma non troppo) – prendiamo il primo
movimento come dimostrativo, ma non del tutto a caso – il primo tema
dai colori grigi e dolente, malinconico nella sostanza dà adito ad
ampie zone di “calma”; il secondo tema, annunciato dai fiati è
decisamente stagliato e perentorio nei toni; Harding legge con
“estrema attenzione” le indicazioni in questo senso dilatando e
rallentando in maniera direi esasperata i momenti di malinconia del
primo tema, e pone in particolare evidenza i fiati nel secondo tema
al punto da “schiacciare” il resto dell’orchestra; un esempio
indubitabile, io ritengo, per indicare quello che, al di là di
velocità o lentezze di
esecuzione, mi sembra per adesso il suo limite: la mancanza di una
comprensione dell’opera (o almeno di un certo tipo di opere) tale
che, al momento dell’esecuzione, ogni sua parte costitutiva, insieme
a quelle legate all’interpretazione, dai rapporti tra le singole
parti, all’agogica,
fino a quei “contenuti” nell’accezione di fini “umani”,
“sentimentali”, “intellettuali” che un capolavoro “contiene” come
“oggetto” storico e culturale in senso lato, ne risultino al
meglio evidenziati e giustificati.Come parte del pubblico e niente
di più, sento che nelle interpretazioni del Maestro Harding, come
banalmente si direbbe, manca qualcosa; oppure la troppa presenza di
un elemento nega vita ad altri.
Si potrebbe
obiettare che il pubblico, al quale io appartengo, non abbia l’
autorità critica indispensabile per “giudicare” l’operato di un
direttore o di un solista; è vero, però il pubblico, colui che
“ascolta”, fa parte della musica – a meno che non si decida di
eliminarne la presenza e chi chiudersi in una sala di registrazione,
cosa questa che Harding non ha ancora deciso di fare - e da sempre
il pubblico approva o disapprova – anche se unicamente con commenti
al vicino di poltrona – batte le mani o fischia; se da tempo, ormai,
il Maestro Harding “meraviglia” in bene o in male parte del
pubblico (escludiamo senza alcuna remora coloro che lo approvano
acriticamente solo in nome del famoso mentore) una ragione ci sarà
pure. Credo che nessuno, però, arrivati a questo punto, qualifichi
più le sue performance come quelle di un “enfant gâté"
termine che include sia l’approvazione onesta o onestodemenziale,
sia, quella tollerante ma non convinta.
Daniel Harding è
nato con il Don Giovanni di Mozart e, allora si parlò di
prodigi, si gridò alla nascita di uno nuovo grande direttore
(qualcuno, ben più saggiamente, sostenne che fosse prematura tanta
felicità); Daniel Harding aprirà la stagione prossima alla Scala con
Idomeneo di Mozart: potremmo dire di lui qualcosa di più che
non esprimere una usuale ma ormai stantia incertezza ? Ne saremmo, a
dispetto di ciò che si potrebbe pensare, ben felici.
Daniela Testa, 8 settembre 2005
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