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Gustav
Mahler, Sinfonia n°9
Abbado, Bolzano, Reggio Emilia – aprile 2004
Sono stata
presente a due delle tappe della tournée della Gustav Mahler
Jugend Orchester in Italia; la prima volta per libera scelta,
la seconda su invito di un’amica. Il richiamo era dato dal programma
che prevedeva la Nona sinfonia di Mahler, nonché dal piacere,
sempre grande, di poter ascoltare ancora una volta una delle orchestre
più interessanti tra quelle volute dal Maestro Abbado;
inoltre, la Nona Sinfonia era stata oggetto di smisurata fatica:
avevo passato tanto tempo – quando ne avevo di più – ad
impararla e avevo rincorso, invano, l’esecuzione recente di Abbado
con i Berliner Philharmoniker (e mi era dispiaciuto non esserci
riuscita perché si sapeva già che l’era di Abbado
a Berlino volgeva purtroppo al termine).
La
scelta di Bolzano non era stata casuale ma voluta in ricordo dei
tanti concerti estivi a cui avevo assistito, lì in quel
Palazzo dello Sport che avrebbe ospitato anche questo concerto;
e, memore di tante bellissime serate, nutrivo grandi aspettative,
ben più grandi di quelle riservate al concerto di Reggio
Emilia; ma, come spesso – molto spesso - accade, il concerto di
Reggio Emilia, venuto dopo quello di Bolzano, è stato,
al contrario, di gran lunga più intenso e bello, tanto
da far passare in secondo piano la serata di Bolzano (sul perché
una serata sia migliore di un’altra è difficile a dirsi;
le ragioni possono essere molteplici ed in questo specifico caso,
le ragioni sono state in effetti molteplici e tutte affatto personali
o comunque legate all’emotività: da un lato, la ragione
tecnica di un’acustica che non ho percepito come particolarmente
buona; da un altro, la sala gremitissima; per ultimo, la mancanza
di quell’emozione che la musica di Mahler non mi risparmia mai;
e questo nonostante la presenza i programma – unica volta, mi
sembra, tra i concerti in Italia - di Das Lied von der Erde).
Ben conscia
dei miei “torti” durante la serata del 2 aprile, sono stata quindi
felicissima di aver potuto ascoltare una seconda volta la Nona
Sinfonia al Teatro Valli di Reggio Emilia, in un tardo pomeriggio
prefestivo, e di essere potuta tornare a casa consapevole di aver
ascoltato una interpretazione di notevole intensità e grande
spessore emotivo.
Quello che
la sinfonia racconta – o quello che Mahler racconta – è
un addio alla vita attraverso immagini care e tematiche non nuove:
amore per la vita, dolore, spregio di ciò che la vita concede
e anelito verso ciò che la vita nega, rifiuto di ogni aspetto
brutto volgare banale della modernità; rimangono pure inalterati
i poli entro cui si dibatte la musica di Mahler ed, in generale,
l’uomo contemporaneo e l’uomo Mahler medesimo: per un verso, il
disprezzo per la società, il disprezzo per l’ipocrisia
dei rapporti interpersonali, il disprezzo per se stessi, il rifiuto
profondo per la falsità; per un altro, un anelito verso
una liberazione, verso un Bello umanamente rappresentabile e assolutamente
irraggiungibile pur nella coscienza sempre vigile del desiderio
incontenibile dell’uomo alla sua realizzazione; inalterati restano
i modi, le forme del racconto: il percorso attraverso il Buio
delle primissime battute al Concreto dell’esperienza improvvisamente
illuminata da sprazzi di luce che appaiono come isolati momenti
di serenità; sprazzi di luce, volutamente repentini senza
che un contatto, una fusione con il Concreto sia possibile (perché
tale è l’esistenza umana); felicità allucinata,
quasi immateriale, sospesa, a cui fanno seguito i fragori ironici
delle danze popolari e le espressioni consuete del Ordinario.
Quello che rende la sintonia diversa dalle precedenti è
però il fatto che la disperazione dell’uomo Mahler non
conduce più a niente; scompare il desiderio di Vita e la
speranza, e al desiderio di Vita viene a dare il cambio la coscienza
della Morte e con essa la constatazione virile della impossibilità
di una conciliazione degli estremi: il mondo resta tale, l’uomo
e le sue brutture restano tali, il desiderio di Bellezza, la speranza
di un approdo restano tali e l’improvviso apparire del Bello diviene
un attimo di allucinata percezione, non afferrabile, fuggevole;
le danze stesse proprio nella loro essenza popolare di musica
“sana”, si intromettono nella struttura tragica quasi a sottolinearne
ironicamente per contrasto la forza negativa. L’urlo di dolore
di Mahler, a questo punto, non si espande più, non diviene
più universale ma si circoscrive in se stesso e resta unicamente
dolore personale, ultimo cammino nella stessa direzione di sempre,
ultima solitaria constatazione di quanto e di cosa è il
mondo. Mahler parla a noi ma per se stesso: egli raffigura per
un’ultima volta il Reale ma senza il conforto di alcuna consolazione
– pur se arbitraria – e meno che mai di una consolazione umana.
Dal buio e dallo stato di incoscienza delle prime battute, alle
dissonanze, alla felicità ingannevole delle danze popolari,
con il medesimo trasporto, Mahler si incammina – e a noi concede
solo il privilegio di vederlo andare ma non quello di accompagnarlo
– all’ultima stazione, per abbandonare il Tutto del frastuono
della vita, buono o cattivo che sia non ha più alcuna importanza,
ed entrare nel Silenzio. Mahler ci lascia a questo punto in quel
silenzio interminabile che diventa, per noi esclusi dall’uomo
Gustav Mahler ma presenti, concreta, tangibile figura, consenso,
atto d’Amore intimo, grande, degno di quel rispetto che, non a
caso, il pubblico in sala ha onorato restando immobile e muto,
insieme a Claudio Abbado che, a sua volta, ha visto coronato in
una partecipazione assoluta dei suoi musicisti e dei presenti,
il desiderio, più volte espresso, di una “collaborazione”
al suo lavoro, alla sua intenzione interpretativa, all’Idea, alla
Volontà di Mahler.
Gli
applausi calorosi, quando il direttore li ha consentiti, sono
stati la risposta più autentica all’interpretazione intelligente
e sentita di Abbado e dei giovani dell’orchestra e la degna conclusione
di una serata tra le più intense della stagione.
Daniela Testa, 22 aprile 2004
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