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Chi
si reca per la prima volta a Berlino si trova, a prima vista,
di fronte ad un dilemma: ma perché parlano tanto di questa
città, inserendola fra le più belle d’Europa?
La prima impressione
che infatti si riceve è derivante da una certa malinconia
cantieristica, vedendo spuntare enormi gru da ogni angolo e da
ogni dove. Ma continuando ad approfondirne la conoscenza urbanistico/culturale
si resta sorpresi di trovarsi immersi in una rivoluzione spirituale
che la città stessa t’impone.
E’ la città
delle fratture. Tra modernissimo e vecchio (non direi antico come
nelle nostre città), tra desolazione e smagliante lucentezza,
tra volgarità e raffinatezza, tra grandioso e misero, tra
raffinato e volgare.
Proseguendo
nella conoscenza approfondita della città si resta via
via sorpresi di immergersi gradualmente, ma inesorabilmente, in
una realtà nuova fatta di contrasti architettonici tra
vecchi edifici di regime, tutti parallelepipedi, tutti a mattoncini
rossi, e la città Truman show della Potsdamer platz che
pare un cartone animato disegnato al computer. Ai suoi margini
la Filarmonie, complesso angoloso e teutonico sostanzialmente
brutto e sgraziato, ampiamente riscattato da un’acustica unica
al mondo.
E’ la città
dei contrasti. Come in uno sterminato manifesto pubblicitario
dove il contrasto, tra bello e brutto, tra vecchio e nuovo, tra
trasandato ed elegante, tra volgare e raffinato deve alla lunga
attrarre la tua attenzione proprio in virtù dei conflitti,
contrapposizioni e contraddizioni, originadoti un senso di spaesamento
ed alienazione.
Alla fine
ne esci affascinato e sorpreso perché sei stato messo di
fronte a un realtà unica in continua febbre evolutiva e
frenesia creativa di ogni genere.
Bene. Lo scopo
della nostra visita berlinese non era all’inizio, se non secondario,
quello di visitare la città, me l’ascolto della VI^ di
Mahler condotta dal miglior direttore d’orchestra del mondo, eseguita
dalla migliore orchestra del mondo, nella migliore sala acustica
del mondo.
Ma vissuta
seppur brevemente la frenesia della città, ed ascoltata
la frenesia mahleriana, non ci siamo potuti sottrarre dall’inevitabile
accostamento.
In particolare
questa Sesta Sinfonia, specchio dei nostri tempi, così
“tragica” ma anche così sublime, ma perchennò a
tratti bandistica e volgare, ma anche mirabile e celestiale, pedestre
e sublime a un tempo. Con quell’enorme martellone a sottolineare
l’impeto costruttivo ed amplificare il climax acustico.
Contrasti
e contraddizioni in Berlino, contrasti e contraddizioni sublimi
in Mahler, mirabilmente sottolineate dalla sensibiltà abbadiana
in un’esecuzione indimenticabile.
Non c’è
dubbio Berlino è proprio una città mahleriana.
Enzo e Giovanna Frascolla, 10 giugno 2004 |