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Riflessioni sul
Rossini di Fo e altro
Oggi ero andato un po'
prevenuto a teatro, visto che il regista scelto dal Comunale di
Ferrara per una delle più belle opere di Rossini (L'Italiana
in Algeri) era Dario Fo. Dario fo che a me piace come estroso
animale di palcoscenico e inventore di linguaggi, ma in linea di
massima non come pensatore, non come filosofo, non come regista. E
difatti lo spettacolo è stato pienamente all'altezza delle mie
aspettative. Pur tuttavia, ogni esperienza di teatro, come della
vita, porta sempre a delle riflessioni, e certamente anche questo
spettacolo mi ha portato a farne alcune. In primis, mi ha portato
a riflettere sul significato di andare a vedere oggi a teatro
un'opera.
E poi: quale è il
tipo di spettatore ideale a cui ha pensato Fo nell'ideare questo
spettacolo? Per chi ha ideato questa regia rossianiana? Mi
verrebbe da dire, se ciò non risultasse spiazzante o
paradossale: per un
bambino. Non certo per gli appassionati adulti 'naive', non certo
per gli appassionati adulti 'agguerriti, non certo per gli esteti,
non certo per i musicologi, né tantomeno per i critici.
Ma per un pubblico
giovanissimo. La regia di Fo, caratterizzata dalla sovrabbondanza,
dall'aggiunta di elementi (anziché dalla semplificazione, dalla
sottrazione di elementi), pare mirare a voler 'spiegare' l'opera a
chi l'opera di Rossini non la conosce, e per di più, ad
un pubblico che crede l'opera un 'oggetto' pericoloso,
minaccioso e noioso. Tutte le trovate e le pensate di Fo non
contenute né nel testo librettistico né
nella musica di Rossini paiono quasi voler svolgere un
ruolo "difensivo" verso la "minaccia" di un
lavoro che quasi certamente potrebbe risultare serioso e pedante.
Ed ecco allora Fo che si appiglia (come di consueto) ai personaggi
della commedia dell'arte (un riferimento che comunque spesso
funziona se applicato a Rossini), ad animali esotici di
flauto-mozartiana memoria (l'allusione è fin troppo evidente...ma
che insistenza con le scimmie e con lo struzzo, e con il cammello,
e poi di nuovo con le scimmie, con lo struzzo e col cammello, più
e più volte in scena, danzanti e 'umani', ma senza suscitare vero
umorismo), e persino all'italianissimo calcio e alla comparsa di
Fausto Coppi (come dire: l'Italia è solo e soltanto questo);
nonché (si appiglia) più volte anche ai manichini metafisici di
De Chirico (un altro riferimento colto, oltre a quello della
commedia dell'arte), e ad un erotismo accattivante rappresentato
da un gruppetto di giovanissime semivestite (é l'harem), per un
pubblico di adulti, questa volta.
Fatto sta che trovate
veramente buffe io ne avrò trovato sì e no due in 150 minuti di
musica. L'intelligenza di Fo sta comunque nel fatto che tutti
questi elementi non vanno a "sporcare" la trama e la
fisionomia dell'opera (rischio questo in cui si è incappati col Rake's
progress bolognese di qualche mese fa). In pratica, da un lato
la aggiunta di elementi; ma dall'altro lato il meccanismo della
vicenda ideato da Angelo Anelli e da Rossini ruota perfettamente
nella sua orbita senza venire sradicato dal suo terreno o senza
venire stravolto nei suoi connotati.
Peccato solo
che appunto l'opera venga sempre più scambiata per il piatto di
spinaci amari, e che si pensi che ci voglia per forza di cose
l'intervento di un regista per trasformarlo in una torta
invitante.
In realtà,
l'umorismo, squisito, sta già tutto nel testo e nella musica,
basterebbe solo prestare un po' più di attenzione a cosa il testo
ci vuole dire, e a cosa la musica ci vuole dire. Un'altra opera
rossiniana (che in realtà formalmente opera vera e propria non
sarebbe) che rischia
questi stessi inconvenienti è il Viaggio a Reims. Purtroppo, non
è ancora stato creato uno spettacolo degno di quella musica e di
quel testo. Si è caduti, per il Reims, nella banalità, nella
rozzezza, sempre. Sarebbe meglio, piuttosto, rappresentarlo in
forma di concerto.
La compagnia di canto
m'è sembrata piuttosto valida, nel complesso.
L'Isabella
della Pizzolato non potrà mai eguagliare tante Isabelle celebri
del passato, in presenza scenica quanto in doti vocali; poche
sfumature, poco humour, poco temperamento, poca incisività, poco
pathos.
Però certo è
riuscita a donare calore e intensità a vari momenti dell'opera, e
a sfruttare comunque una voce abbastanza buona; il ruolo, si sa,
è molto impegnativo.
Neppure Umberto
Chuimmo è risultato pienamente a suo agio nel ruolo di Mustafà.
Un vero peccato, dal momento che nella registrazione della
Rodelinda di Haendel (Glyndebourne, 1998), nei panni di Garibaldo
(ruolo da cattivo, dunque, ma cattivo per davvero!) m'aveva fatto
tutt'altra impressione. Il ruolo del Bey sta ad una distanza
stratosferica da quella di un Garibaldo, può essere che i ruoli
negativi e 'umbratili' siano più nelle sue corde che non quelli
buffi.
Ma anche lo spessore
vocale e il fraseggio mi sono parsi talvolta un po' debolucci.
Abbastanza convincente la Elvira della Martirosyan, un po' meno la
Zulma della Mazzoni. Il Lindoro di Mironov m'è sembrato un po'
acerbo, un po' 'leggero' nel carattere (forse gli andrebbe meglio
un Nemorino?). La voce talvolta appariva disordinata e poco ben
impostata. Interprete giovanissimo, non si sa se questo giovasse
alla regia, ma di certo non al piano vocale. Un De Simone un po'
freddino all'inizio, ma che poi via via s'è scaldato, nei panni
di Taddeo. Voce un po' chiara, per il ruolo, ma buona la sua
comunicativa e la sua presenza scenica. Molto bravo l'Haly di
Mario Cassi, molto dotato vocalmente. Michele Mariottti ha diretto
in modo molto convincente, ed è pure un giovane direttore.
Chi si aspettava un
Rossini eccitante e frizzante nei concertati, e pienamente
'musicale' nei cantabili, non è rimasto deluso, la musica
scorreva fluida e dirompente. Forse qualche acerbità di tanto in
tanto.
Ma nel complesso un
buona prova. Si trattava dell'orchestra del Teatro Comunale di
Bologna, che non sempre mi convince. Ma molto vuol dire l'apporto
del direttore. Buona la prova del coro, sempre del Teatro Comunale
di Bologna. Curiosamente, tra una scena e l'altra fortepiano e
violoncello si producevano in brevi fantasie ispirate a temi
dell'opera stessa (fatto questo inconsueto, ma un'idea piacevole
nelle fasi dei vari cambi di scena). Gli applausi alla fine sono
stati molto calorosi. A conclusione di Stagione, mi sento di poter
dire che lo spettacolo che più mi ha convinto è stato il
Trittico, proposto nella regia incisiva e profonda di Cristina
Pezzoli. E probabilmente, nell'ordine di preferenza: Gianni
Schicchi, Suor Angelica e Tabarro.
Un gradino o due
sotto, gli altri spettacoli proposti in questa Stagione.
Luca Mantovanelli, 14 maggio 2007
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