FERRARA 2007

 

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Riflessioni sul Rossini di Fo e altro

 

Oggi ero andato un po' prevenuto a teatro, visto che il regista scelto dal Comunale di Ferrara per una delle più belle opere di Rossini (L'Italiana in Algeri) era Dario Fo. Dario fo che a me piace come estroso animale di palcoscenico e inventore di linguaggi, ma in linea di massima non come pensatore, non come filosofo, non come regista. E difatti lo spettacolo è stato pienamente all'altezza delle mie aspettative. Pur tuttavia, ogni esperienza di teatro, come della vita, porta sempre a delle riflessioni, e certamente anche questo spettacolo mi ha portato a farne alcune. In primis, mi ha portato a riflettere sul significato di andare a vedere oggi a teatro un'opera.

E poi: quale è il tipo di spettatore ideale a cui ha pensato Fo nell'ideare questo spettacolo? Per chi ha ideato questa regia rossianiana? Mi verrebbe da dire, se ciò non risultasse spiazzante o

paradossale: per un bambino. Non certo per gli appassionati adulti 'naive', non certo per gli appassionati adulti 'agguerriti, non certo per gli esteti, non certo per i musicologi, né tantomeno per i critici.

Ma per un pubblico giovanissimo. La regia di Fo, caratterizzata dalla sovrabbondanza, dall'aggiunta di elementi (anziché dalla semplificazione, dalla sottrazione di elementi), pare mirare a voler 'spiegare' l'opera a chi l'opera di Rossini non la conosce, e per di più, ad  un pubblico che crede l'opera un 'oggetto' pericoloso, minaccioso e noioso. Tutte le trovate e le pensate di Fo non contenute né nel testo librettistico né  nella musica di Rossini paiono quasi voler svolgere un ruolo "difensivo" verso la "minaccia" di un lavoro che quasi certamente potrebbe risultare serioso e pedante. Ed ecco allora Fo che si appiglia (come di consueto) ai personaggi della commedia dell'arte (un riferimento che comunque spesso funziona se applicato a Rossini), ad animali esotici di flauto-mozartiana memoria (l'allusione è fin troppo evidente...ma che insistenza con le scimmie e con lo struzzo, e con il cammello, e poi di nuovo con le scimmie, con lo struzzo e col cammello, più e più volte in scena, danzanti e 'umani', ma senza suscitare vero umorismo), e persino all'italianissimo calcio e alla comparsa di Fausto Coppi (come dire: l'Italia è solo e soltanto questo); nonché (si appiglia) più volte anche ai manichini metafisici di De Chirico (un altro riferimento colto, oltre a quello della commedia dell'arte), e ad un erotismo accattivante rappresentato da un gruppetto di giovanissime semivestite (é l'harem), per un pubblico di adulti, questa volta. 

Fatto sta che trovate veramente buffe io ne avrò trovato sì e no due in 150 minuti di musica. L'intelligenza di Fo sta comunque nel fatto che tutti questi elementi non vanno a "sporcare" la trama e la fisionomia dell'opera (rischio questo in cui si è incappati col Rake's progress bolognese di qualche mese fa). In pratica, da un lato la aggiunta di elementi; ma dall'altro lato il meccanismo della vicenda ideato da Angelo Anelli e da Rossini ruota perfettamente nella sua orbita senza venire sradicato dal suo terreno o senza venire stravolto nei suoi connotati.

Peccato solo che appunto l'opera venga sempre più scambiata per il piatto di spinaci amari, e che si pensi che ci voglia per forza di cose l'intervento di un regista per trasformarlo in una torta invitante.

In realtà, l'umorismo, squisito, sta già tutto nel testo e nella musica, basterebbe solo prestare un po' più di attenzione a cosa il testo ci vuole dire, e a cosa la musica ci vuole dire. Un'altra opera rossiniana (che in realtà formalmente opera vera e propria non sarebbe)  che rischia questi stessi inconvenienti è il Viaggio a Reims. Purtroppo, non è ancora stato creato uno spettacolo degno di quella musica e di quel testo. Si è caduti, per il Reims, nella banalità, nella rozzezza, sempre. Sarebbe meglio, piuttosto, rappresentarlo in forma di concerto.

La compagnia di canto m'è sembrata piuttosto valida, nel complesso.

L'Isabella della Pizzolato non potrà mai eguagliare tante Isabelle celebri del passato, in presenza scenica quanto in doti vocali; poche sfumature, poco humour, poco temperamento, poca incisività, poco pathos.

Però certo è riuscita a donare calore e intensità a vari momenti dell'opera, e a sfruttare comunque una voce abbastanza buona; il ruolo, si sa, è molto impegnativo.

Neppure Umberto Chuimmo è risultato pienamente a suo agio nel ruolo di Mustafà. Un vero peccato, dal momento che nella registrazione della Rodelinda di Haendel (Glyndebourne, 1998), nei panni di Garibaldo (ruolo da cattivo, dunque, ma cattivo per davvero!) m'aveva fatto tutt'altra impressione. Il ruolo del Bey sta ad una distanza stratosferica da quella di un Garibaldo, può essere che i ruoli negativi e 'umbratili' siano più nelle sue corde che non quelli buffi.

Ma anche lo spessore vocale e il fraseggio mi sono parsi talvolta un po' debolucci. Abbastanza convincente la Elvira della Martirosyan, un po' meno la Zulma della Mazzoni. Il Lindoro di Mironov m'è sembrato un po' acerbo, un po' 'leggero' nel carattere (forse gli andrebbe meglio un Nemorino?). La voce talvolta appariva disordinata e poco ben impostata. Interprete giovanissimo, non si sa se questo giovasse alla regia, ma di certo non al piano vocale. Un De Simone un po' freddino all'inizio, ma che poi via via s'è scaldato, nei panni di Taddeo. Voce un po' chiara, per il ruolo, ma buona la sua comunicativa e la sua presenza scenica. Molto bravo l'Haly di Mario Cassi, molto dotato vocalmente. Michele Mariottti ha diretto in modo molto convincente, ed è pure un giovane direttore.

Chi si aspettava un Rossini eccitante e frizzante nei concertati, e pienamente 'musicale' nei cantabili, non è rimasto deluso, la musica scorreva fluida e dirompente. Forse qualche acerbità di tanto in tanto.

Ma nel complesso un buona prova. Si trattava dell'orchestra del Teatro Comunale di Bologna, che non sempre mi convince. Ma molto vuol dire l'apporto del direttore. Buona la prova del coro, sempre del Teatro Comunale di Bologna. Curiosamente, tra una scena e l'altra fortepiano e violoncello si producevano in brevi fantasie ispirate a temi dell'opera stessa (fatto questo inconsueto, ma un'idea piacevole nelle fasi dei vari cambi di scena). Gli applausi alla fine sono stati molto calorosi. A conclusione di Stagione, mi sento di poter dire che lo spettacolo che più mi ha convinto è stato il Trittico, proposto nella regia incisiva e profonda di Cristina Pezzoli. E probabilmente, nell'ordine di preferenza: Gianni Schicchi, Suor Angelica e Tabarro.

Un gradino o due sotto, gli altri spettacoli proposti in questa Stagione.

                           Luca Mantovanelli, 14 maggio 2007