IDOMENEO ALLA SCALA - IMPRESSIONI DEL 16 DICEMBRE

 

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Alle prime note dell’ouverture risuonava, fra i palchi della nuova Scala, il ricordo di un altro Idomeneo, di quindi anni fa. Allora Riccardo Muti imponeva il suo Mozart di tono gluckiano, imperioso e scultoreo. Era solo il 1990 eppure già sembrava un Idomeneo vecchio. Alla porta, infatti, incalzavano non solo Gardiner e Harnoncourt, ma gli stessi cambiamenti del pubblico che aspirava all’umanizzazione dell’armamentario “serio”e a una ricerca di prospettive (formali e morali) più mosse e inquiete. E nonostante tutto Muti, orgogliosamente passatista, auto-celebrativo ed egocentrico, irrigidito anche nei sentimenti, era riuscito a strappare un trionfo, non solo agli eterni allineati col potente di turno (che purtroppo infestano testate anche prestigiose), ma anche a chi, come me, avrebbe desiderato tutt’altro: nel suo Idomeneo c’era la forza di persuasione del grande interprete, unita all’invincibile capacità del concertatore di fondere la pienezza di un suono torrenziale con la ricerca del dettaglio infinitesimo e della proporzione cristallina.

Sono trascorsi quindici anni e finalmente posso ascoltare a Milano quel Mozart che – nel 1990 – concettualmente auspicavo. Daniel Harding, si sa, pur essendo un validissimo concertatore, è assai lontano dai livelli di Muti, e certo – nel bene o nel male – non possiede una forza di personalità paragonabile; ma, a parte questo, il suo Idomeneo agile e dinamico, dal piglio quasi cinematografico e dalla trasparenza post-filologica, fa l’effetto al Piermarini di una sventagliata di aria fresca che elettrizza pubblico e orchestra. E non perché sia davvero “nuovo” come molti affermano. Lo sarebbe potuto essere, forse, in quel lontano 1990; non certo oggi, al termine di un cammino già lungamente percorso.

Sono ormai passati trent’anni dalle prime rivolte al Mozart classico mitteleuropeo (alla Böhm); venti dalle sterzate di Harnoncourt, di Gardiner e dei “filologi”; dieci dalle prime adesioni al “nuovo Mozart” di interpreti non specialisti come Abbado e soprattutto Rattle (che sarebbe stato il nome ideale per questa inaugurazione). Harding e il suo Idomeneo si limitano a raccogliere i frutti di rivoluzioni già metabolizzate da decenni, tanto da essere divenute – oggi – “la convenzione”. Ma se non “nuova”, la sua è comunque una direzione “giusta” per la nostra sensibilità di uomini del 2000, avvincente sul piano narrativo, leggera e incisiva a un tempo, ricca di fremiti e intuizioni, egregiamente assecondata dall’orchestra. E se in qualche rara occasione la ricerca del dettaglio baroccheggiante o del climax psicologico ha sfiorato il preziosismo, per il resto il direttore inglese ci ha regalato un pregevolissimo Idomeneo.

 

A chi giustamente lamentava la mancanza, almeno a livello musicale, di uno scavo drammaturgico e poetico più penetrante, ha risposto il grande Luc Bondy, che ha montato una regia densa di contenuti forti. La scena fissa disegnata da Wonder raffigurava la banchina in cemento di un moderno porto, attraversata da cumuli di sabbia e aperta al centro da un montacarichi. Dietro si srotolava un lungo fondale dipinto, che evocava – nel graduale trascorrere delle immagini – un mare nordico, grigio di nembi, dove si intravede appena la sagoma di Poseidone e dove  il “mostro marino” assume i più modesti connotati della carcassa di una balena fiocinata e fatta a pezzi. Numerosissime le finezze squisitamente tecniche (e tipiche di Bondy): i giochi di luce spettrali e cangianti  (che esaltano i minacciosi sbuffi del mare), le simbologie cromatiche, i grandiosi movimenti di massa (ispirati – come annunciava il regista alla vigilia della prima – alle immagini dello Tsunami).

Ma dietro a tutto questo si agitano problemi più complessi, che – pare – la stampa non ha colto. Nella prospettiva di Bondy, il nucleo drammatico dell’opera slitta dal semplice rapporto padre-figlio (tanto spesso evocato nelle interviste dell’ultima ora) alla contrapposizione ben più inquietante fra le ragioni dell’Idea (Idomeneo) e quelle di un’umanità che la rifiuta.

Gli esuli - superstiti di un’antica nobiltà ferita - indossano abiti molto ben connotati storicamente e geograficamente, un tempo signorili, ora sbiaditi. Ad accoglierli e proteggerli, con un misto di ingenuità ed eleganza, vi è un Idamante “rampollo privilegiato”, vestito da cadetto. Un’atmosfera instabile, densa di minaccia, incombe su questa strana isola, in cui si raccoglie il ricordo di epoche più felici e ci si stringe in preghiera intorno a simboli ortodossi.

Ma quali sono i mostri provenienti dal mare, di cui si teme l’arrivo? All’orizzonte di questo fragile microcosmo reazionario, asilo di profughi, si levano improvvisi, come sospinti da un vento di rivoluzione, Idomeneo e i suoi neri accoliti, guerriglieri di epoche a noi più vicine, lui quasi un moderno Ché, con i capelli lunghi e ricci legati in coda, barba e baffi radi e selvatici, il coltello a serramanico, le targhette militari sul petto.

Una necessità storica (contraddetta dall’amore) oppone adesso il padre e il figlio: alla base non più un semplice “voto” fatto nell’ansia del pericolo, ma la pressione dell’Idea che il padre professa (e… in fondo cos’è un “voto” se non sacrificare sé stessi e i propri sentimenti a un’Idea?).

Il combattimento interiore di Idomeneo, il suo voler morto il figlio che ama, si arricchisce di sfumature più tormentose: non sull’altare del Dio andrà immolato Idamante, bensì (agli occhi del padre idealista e ideologo) su quello della Storia. Spaventosamente attuale l’immagine del sacrificio: Idomeneo che afferra da dietro la fronte del figlio, rovesciandogli la testa, mentre porta la lama all’altezza del collo. Ma è la stessa Storia ad opporsi; Idomeneo è condannato a lasciare la scena (da un monolite “rosso” che si erge lentamente sul palco), scacciato dalla storia e dal mondo. L’Idea fallisce e si infrange contro i sentimenti umani; la frase del deus ex machina “ha vinto amore” non mi fa più sorridere.

 

Nel cast svetta una fuoriclasse: Emma Bell (Elettra) si divincola tra le ceraste e i serpenti con una disinvoltura che sembra predisporla da sempre a questo personaggio. Nemmeno l’enfasi (a tratti eccessiva), nemmeno certi limiti timbrici pregiudicano la sincerità dell’approccio.

Sull’Ilia della Tilling (sostituita per indisposizione) non posso purtroppo pronunciarmi.

Steve Davislim (Idomeneo) è chiaramente sottodimensionato non tanto rispetto al ruolo, quanto all’occasione. Evidentemente Lissner ha scelto lui perché (anglosassone, stilizzato, scenicamente versatile, esperto di vocalizzazione barocca) si inserisce naturalmente nel tracciato fissato (con ben altro respiro) dai migliori Idomenei degli ultimi anni: Rolfe Johnson, Streit e Langridge, quest’ultimo già Idomeneo alla Scala prima dell’Era Muti.

Davislim eredita dai suoi modelli l’accento scandito, il recitativo eloquente, il gesto accurato, le agilità sgranate (e pure qualche suono ostico a palati latini).  La tessitura (baritonale) gli si attaglia e anche fisicamente è credibile. Ma è privo della statura del grande interprete.

Come c’era da attendersi, a lui e alla Bell dobbiamo i migliori recitativi della serata: gli italiani hanno da tempo smarrito il segreto della declamazione, come dimostrano la Bacelli e Meli (per quanto buoni entrambi a livello vocale). L’uno e l’altra esibiscono quell’insopportabile stile declamatorio nostrano che consiste nell’esasperare ogni consonante e caricare di enfasi “guittesca” ogni frase, ogni parola, ogni gesto. Nel caso di Meli (Arbace) è un peccato veniale, perché il ruolo è modesto; mentre per la Bacelli – alle prese con Idamante, baricentro dell’opera e della produzione – il problema si fa sentire di più, anche perché il personaggio non è per lei; fantasiosa e vincente nell’isterismo auto-ironico, nella frivolezza indocile e nella caricatura, la Bacelli non persuade in eroi ripiegati e dai turbamenti corneliani.  Una Antonacci avrebbe, in questa parte, armonizzato tutto il cast e meglio svelato gli equilibri segreti della regia.

 

Il giudizio finale (anche se non ci autorizza a gridare al miracolo) è positivo a più livelli: per la freschezza e leggerezza ritrovate, dopo vent’anni di seriosità intimidatoria, per gli spaccati di una regia finalmente forte e allusiva, per la promessa (mantenuta da Lissner) di una Scala diversa, sensibile alle tendenze internazionali.

Un solo vero appunto, ma così grave che lo metto qui, in posizione finale: avrei preferito un intervallo in più, ma un’esecuzione meno volgarmente mutilata.

Matteo Marazzi, 26 dicembre 2005