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SULLA
MUSICA ROCK, UNA VOLTA ANCORA
Nonantola
(Modena), 8 febbraio 2006
Nonostante io non
abbia mai limitato il mio ascolto di musica alla musica cosiddetta
“seria”, classica o, ancora meno (in questo caso, sì, mi sono
limitata quasi esclusivamente alle opere di Mozart) operistica,
erano circa vent’anni che non mi avvicinavo ad un concerto di
musica giovane o frequentata per la maggior parte da giovani (che
non so bene come definire e che per comodità, ma sbagliando di
certo, chiamerò rock).
Lo ripeto, non ho
mai eretto steccati, non ho mai detto che una musica fosse migliore
o più importante di un’altra; semplicemente, al di fuori della
classica, a cui ho prestato attenzione in maniera diversa, ascoltavo
senza pormi troppi problemi, senza cercare di sapere e di capire;
ascoltavo come puro piacere, divertimento anche quello di cui
sentivo parlare, i CD che mi venivano prestati, quello che mi
passava davanti.
Poi il caso, che
per fortuna ogni tanto ti assiste, vuole che uno di questi CD che ti
vengono regalati con tanto di bigliettino augurale (Cambia
musica. Per il tuo bene. Buon ascolto. Con affetto) faccia
l’effetto che non ti saresti aspettata e ti spinga ad ascoltare
anche altri CD dello stesso mai dimenticato del tutto genere,
di altri musicisti e dello stesso musicista del disco di partenza e
ti riporti a farneticare su similitudini e differenze, a leggere
critiche, a venire a sapere che quel CD è stato molto apprezzato,
quest’altro, non si sa perché, non ha venduto; poi di nuovo il
caso che, nell’abituale giro di perlustrazione in libreria, ti fa
scoprire, magari dopo anni in cui sei passata cieca davanti a quei
medesimi scaffali, che ci sono un mucchio di libri sull’argomento,
non esclusivamente autocelebrativi, ma pure scritti da persone note,
anche all’interno della “cultura” ufficiale alta, persone che
si sono interessate all’argomento trovando in esso una forma di
poesia, o una delle forme di poesia più riuscite della letteratura
contemporanea (mi riferisco ad Alberto Asor Rosa o a Fernanda
Pivano, ma non solo); poi perché in classe i tuoi alunni te ne
parlano e tu, inaspettatamente, recepisci; poi perché, per una
serie di ulteriori ragioni, cominci a sentirti stanca di quella
fedeltà che ti ha portato ad essere presente soltanto ad un unico
tipo di spettacoli, salvo qualche eccezione di cui sei rimasta
entusiasta; fedeltà che comincia a starti stretta (anche perché in
altri campi, quello dei libri, che è il tuo, ti comporti in modo
del tutto opposto e ne sei ben consapevole) ed, in ultimo, perché
ti muovi con il mondo attorno e il mondo attorno sembra andare anche
lui, senza curarsi del 250esimo
della nascita di Mozart (al quale, però, resterai fedele),
nella tua stessa direzione; per tante ragioni, insomma, prendi
l’occasione che ti viene offerta a pochi chilometri da casa e
compri un biglietto per un concerto rock.
Lo compri con
molto coraggio, nonostante il tuo maturato convincimento che quella
musica sia da ascoltare, perché ti basta fare la fila alla
biglietteria per vedere che sei tra i pochi della tua età a fare
quel che stai facendo (durante l’attesa per il biglietto c’era,
comunque, anche una nonna); con altrettanto coraggio, resti fuori,
sempre in fila, in attesa che aprano le porte del locale, con un
freddo indecente che non risparmia nessuno, neppure i ragazzini;
superi lo shock del sentirti chiamare “signora”, sempre insieme
a poche altre “signore” come te, in mezzo al “tu” ovvio con
cui vengono interpellati gli altri intorno. Quando finalmente sei
entrata nella sala, pensi, a dispetto di tutto, che hai fatto bene.
Con altrettanto
“coraggio”, in considerazione del luogo in cui verrà pubblicato
questo post – un sito di appassionati di musica classica che
potrebbero chiedersi perché – ma con la genuina certezza che
questo tipo di espressione musicale debba godere dello stesso
riguardo di cui gode la musica classica, vado ad raccontare un paio
di impressioni, quelle provate
“a caldo” durante le due di concerto e
“a freddo” come risposta ad una affermazione colta in
televisione pochi giorni fa.
Intanto, per
cominciare con una banalità apparente ma non troppo, il concerto mi
è piaciuto molto e le due ore di musica ininterrotta sono passate
via riempiendomi di buone sensazioni e non di noia, come spesso da
un po’ di tempo mi succede (mi ha fatto sorridere il cantautore
quando, parlando con il pubblico, ha chiesto come ci andava perché
il concerto era ben lontano dall’essere finito e avremmo dovuto tener
botta ancora per un bel pezzo: tener botta, lo chiedo
anch’io ai miei “fanciulli” a scuola, ma loro devono tener
botta seduti ad un banco; comunque, noi del concerto avremmo tenuto
botta fino alle tre del mattino) ed è stato bello vedere come
intorno a me, quei ragazzini che si erano fatti anche sei ore di
freddo per essere sotto il palco, si lasciassero trascinare, chi
ballando, chi rimanendo fermo, chi percependo gli effetti, senza
manifestarlo apertamente, sui nervi sollecitati da quella musica e
come tutto ciò che sostanzialmente ti impedisce di provare sane
emozioni durante un concerto di musica “seria” (ovviamente dico
questo con il più grande rispetto per chi la musica “seria” la
ama davvero e frequenta “per amore suo” le sale da
concerto, ma sappiamo tutti, purtroppo, che costoro non sono la
maggioranza) fosse completamente assente: inevitabilità di dare
giudizi, inevitabilità di misurare la voce del cantante, la capacità
virtuosistica dei
musicisti e che la facesse da padrona, al contrario, la voglia di
ascoltare, banalmente di stare in pace con se stessi in un’oasi in
cui, finalmente, ci si possa lasciar andare, lo ripeto, ciascuno a
modo proprio, chi agitandosi, chi rimanendo fermo, chi chiudendo la
trasmissione col proprio cervello e chi mettendolo in moto più che
mai (le forme di partecipazione sono tante). Naturalmente, va pur
detto, facendo anche in qualche misura torto al cantautore, questo
cantautore in particolare, che certamente pur nella volontà –
più volte dichiarata – di fare musica per muovere
energia in chi lo ascolta, certamente non tralascia dettagli,
non si accontenta di un’esecuzione mal fatta, credo e mi scuso se
sbaglio (se è lecito esprimere comprovate opinioni su Mozart o
altri come lui, perché Mozart
non c’è più, e parlarne resta l’unico modo per conservarlo al
mondo, i cantautori sono vivi, presenti, gli unici depositari della
loro verità e tocca a loro raccontarla), non scrive testi – con
una valenza agrodolce che lo rende speciale - solo per
“riempire” una musica, ma per dire qualcosa che ha il suo peso
all’interno del tutto.
La scelta delle
canzoni che sono state presentate sembrerebbe dar ragione a questo
duplice obiettivo: da un lato quel muovere ed esprimere energia a sé
e ai presenti; da un altro – non semplicemente perché i presenti si
sono fatti un culo così per poter assistere al concerto – la
volontà, tutta legata all’affetto che si porta al proprio
prodotto artistico, di riproporre canzoni del passato, anche e forse
a maggior ragione, di quel disco che non ebbe fortuna pur
contenendo, a mio modestissimo avviso, un tot di pezzi preziosi, che
sono stati qui giustamente proposti; per la medesima motivazione o
forse perché più sentito il bisogno di rendere chiaro, in taluni
casi, il racconto del testo della canzone che sarebbe stata cantata:
all’inizio del concerto con Figlio d’un cane; prima di
cantare I duri hanno due cuori (che trovo tanto carina)
dall’album incriminato e Lettera a G, per ricordare in
qualche modo chi non c’è più.
Tutti quanti
cantavano, i ragazzi riconoscevano i pezzi dal primo accordo; mi è
venuto in mente quel commento, colto in televisione, di un notissimo
musicista che, per descrivere la peculiarità di un cantante
d’opera, definiva quest’ultimo come colui che ha tanto studiato
– e fin qui niente da eccepire – e che possiede uno strumento,
la voce, che un cantante rock non possiede. Tutto sacrosanto
(bisognerebbe chiedere al musicista in questione, se questa voce di
cui lui parla, è una voce davvero al di sopra della media oppure si
includono nella categoria degli eletti anche tanti, troppi esemplari
di cantanti che non si sa bene come lo siano), ma si dovrebbe anche
tenere ben presente la diversa finalità delle due espressioni
musicali: da un lato, il cantante/autore/artista in quanto creatore
di un proprio prodotto che cerca un rapporto diretto, attraverso il
suo pezzo, tra sé, il suo pensiero e il pubblico (anche se, forse,
il suo pubblico non è quello che poi lo va a sentire, anche se
esiste nel suo immaginario un pubblico perfetto a cui raccontare);
dall’altro, il rapporto tutto sommato indiretto dell’artista
d’opera, traduttore di musica altrui, che per prima cosa
interpreta, legge al meglio quanto il musicista ha composto, con
quella voce impostata in un certo modo perché la tradizione vuole,
perché non potrebbe essere altrimenti che così (l’emozione dello
spettatore sorge quando, ma è virtù di pochissimi artisti, quella
voce sa estrapolare suggestione da un testo musicale); a cosa
servirebbe una bellissima voce, in termini strettamente operistici,
ad un cantautore, quando il suo scopo è l’offerta di un testo che
dice qualcosa in cui ti riconosci in qualche modo (vario modo) e di
una musica che qualcosa scatena vuoi la voglia di alzare le braccia,
di cantare, di stare fermo, di “tagliare” con problemi ed ansie
quotidiane, di pensare, sognare, mettere in moto il cervello, se
questa è la maniera di esprimere felicità ?
In pochissime parole, ritornando su una questione su cui
rimugino da sempre, non solo in relazione alla musica, e ripensando
a lettere sui giornali con relative risposte in tema: la musica
giovanile (rock o come vogliamo chiamarla, non lo so) è
effettivamente un genere “inferiore”, pur nella diversità
evidente con la musica cosiddetta seria di ogni tempo, quando è
buona, quando dice qualcosa, quando chiama tanta folla di ragazzi
– ma anche di adulti attaccati ad una radio nelle loro case - che,
almeno da noi, altra musica non conoscerebbero (per milioni di
ragioni molte di cui anche indegne di un paese civile), quando è
espressione di un qualcuno in carne ed ossa e non di una rilettura,
a volte anche tracotante, di musica altrui ?
Un grazie,
allora, a Luciano Ligabue, il cantautore della serata a Nonantola,
da parte di tutti noi che lo abbiamo ascoltato in quella serata
dell’ 8 febbraio; da parte di tutti noi che ci siamo sentiti
dire che quella sera ci aveva visti tutti in faccia e
che siamo stati contenti di essere stati soggetti di un momento che
ricorderemo; da parte di tutti noi che Ligabue ha invitato ad una
prossima volta.
All’uscita dal
concerto, verso la mia macchina, mi sono fermata a guardare
un’ ultima piccola folla di ragazzi che lo hanno aspettato all’uscita
del locale, gli si sono avvicinati, gli hanno gridato il loro
“ciao” prima che lui se ne andasse. Una ragazzina è saltata
al collo del suo amico e ha gridato: l’ ho baciato! L ’ho
baciato! Scene consuete, anche nel mondo della
musica classica. Soltanto che, in questo caso, tanta
gioia mi ha fatto tenerezza.
Daniela
Testa, 12 febbraio 2006
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