L’Enterprise atterra al Carlo Felice

 

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Il sipario si apre su un mondo di luccicanti e riflettenti pannelli di acciaio inox: a sinistra un grande scudo circolare che altro non è che la porta di un caveau (…lo scrigno del Graal?), a destra sei oblò convessi che sporgono dalla parete (…il messaggio recondito proprio non sono riuscito a leggerlo).

Il Comandante dell’astronave (alias Gurnemanz) ed il suo equipaggio fuoriescono dal caveau, mentre Amfortas è trasportato su una metallica sedia gestatoria. Finirà anche lui poi dentro il caveau.

Si muovono le pareti, e in un sfolgorare di luci psichedeliche verdi prende corpo l’idea della commistione spazio-temporale in un gioco di riflessi reciproci tra le pareti stesse.

Il ritorno di Amfortas è disteso su una lunga propaggine a punta con superficie luminosa: lancia?…oppure simbolo fallico? Già perché nel II Atto i tentativi di seduzione di Kundry (con fiorente seno a vista) si svolgono proprio su questo strano oggetto.

Titurel è il venusiano che dall’alto di un improbabile scanno metallico incombe alieno e minaccioso.

E mentre suonano le campane celebranti l’agape un’intensa luce violetta proveniente da chissà quale astro lontano avvolge tutti, spettatori compresi.

Un ondulato tappeto nero con riquadri a righe rosse (tipo carta a quadretti) è sospeso nello spazio ed ospita una ventina di monitor televisivi per altrettante immagini di occhi, visi, seni, gambe e fondoschiena di fanciulle in fiore aspiranti a lascivia, tra cui si aggira il puro folle apparentemente molto poco tentato dall’attrazione proveniente dall’elettrodomestico.

Spock il vulcaniano (alias Klingsor) è posto davanti alla porta del caveau che si libra, irraggiungibile, lentamente nello spazio per alla fine ricongiungersi all’ingresso dello scrigno dal quale questa volta esce , tra un rutilare di lampi e luci, Parsifal, l’unico forse tra tutti molto terrestre.

Come ci si poteva attendere, la fine avviene sparando addosso agli spettatori la fortissima luce riflessa dall’inox mentre lancia e Graal sono elevati a grande altezza sulla punta di quello strano oggetto non meglio identificato, che è già servito per lo strazio di Amfortas e per il mancato amplesso del II Atto.

Tutto questo detto e scritto se invece non ci si facesse coinvolgere, come invece è, dall’ originalità dello spettacolo.

Dopo lo choc iniziale la suggestione scenica ti avvolge e ti cala nella sua aderenza allo sviluppo musicale, ottimamente interpretato con ieratico e mistico incedere dalla direzione orchestrale. Avviene che alla fine ti trovi a far parte tu stesso dell’equipaggio dell’astronave, e quello che non comprendi proviene da ignoti impervi mondi lontani, irraggiungibili come la stessa essenza e significato del Graal.

Ottimi gli interpreti, tutti, tra cui spicca l’avvenente presenza scenica di Kundry e la tagliente interpretazione di Gurnemanz.

L’aspetto poco eroico di Parsifal è alla fine riscattato vestendolo, ormai canuto, di un abito nero (molto divisa Star Trek), che lo differenzia tra tutti gli altri biancovestiti.

Una vera sorpresa la compagine orchestrale del Carlo Felice (in passato non sempre all’altezza), posta nel golfo mistico secondo le indicazioni wagneriane: ottimi archi e ottoni, buono l’impasto complessivo, tenuta spesso a freno l’esuberanza dell’oboe, formidabili i timpani, e che dire degli inattesi, velati pianissimo!

Uno spettacolo nuovo, stimolante e suggestivo: tutto da vedere, tutto da ascoltare, ambientato e vissuto nel Medio Evo prossimo venturo, in mondi improbabili o impossibili, come improbabile o impossibile l’esistenza, ma non l’essenza del santo Graal (il Codice da Vinci insegna…..!)

Enzo e Giovanna Frascolla