L’ANELITO ILLUMINISTA DI ORFEO

 

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Orfeo e Euridice 

Ferrara, Teatro comunale

2 e 4 febbraio 2007

Il 2 e il 4 febbraio scorsi è andato in scena al Teatro Comunale di Ferrara un nuovo allestimento dell'Orfeo e Euridice di Gluck, con la regia del celebre Graham Vick.

Come è noto, il mito di Orfeo, nei suoi contenuti è intrinsecamente e intimamente legato all'arte della musica. Una qualsiasi composizione concernente il mito di Orfeo e Euridice potrebbe essere intesa infatti anche come una sorta di "riflessione in musica sulla musica stessa". E quindi non può stupire il fatto che numerosissimi compositori di tutti i tempi (da Antonio Draghi a Rameau, da Byrd a Offenbach, fino a Malipiero, Milhaud, Stravinskji) si siano interessati a questo tema. Eppure, fra tutte le composizioni inerenti il mito, soltanto l'Orfeo di Gluck risulta oggi essere l'opera più ascoltata, più eseguita e più allestita. Dal 1762, anno della sua prima rappresentazione a Vienna, l'opera ha avuto una fortuna praticamente ininterrotta. L'Euridice di Jacopo Peri e Rinuccini e la "Favola drammatica" omonima di Caccini (entrambe dell'anno 1600) risultano al confronto composizioni "di nicchia"; la "Toccata" di Monteverdi è nota più come segnale radiofonico che come brano introduttivo dell'Orfeo (del 1607), come pure il can can di Offenbach è celebre più come brano a sé stante che come brano appartenente all'Orphée aux enfers (Opéra-féerie del 1858). In fondo, anche l'Orfeo ed Euridice di Gluck è noto soprattutto per un'aria (Che farò senz'Euridice), ma l'opera nel suo complesso presenta delle caratteristiche di compattezza e di concisione che unite alla preziosità della musica ne fanno un gioiello artistico di rara bellezza. La preziosità della musica di quest'opera consiste nell'impiego di un linguaggio "alto", di una sapientissima gestione della "retorica degli affetti" (che trae le sue origini dal teatro seicentesco), nell'uso di una ben differenziata gamma di colori, luci, timbri, ombre, chiaroscuri, atmosfere (il sentimento del Sublime è qui generato anche dalla raffigurazione del Terribile, secondo l'inedita prospettiva di Edmund Burke). L'estrema semplicità della trama (dai valori simbolici semplici e complessi al tempo stesso), unita ad un ritmo serrato dell'azione, contribuiscono a rendere le mitiche vicende del cantore Orfeo e della sua amata quanto mai vicine alla sensibilità odierna; pertanto non sono solo i meri contenuti del libretto a conferire un valore "universale" a quest'opera.

Trama semplice, s'è detto, ma quella di Ranieri de' Calzabigi (il librettista) è solo una delle svariate angolature da cui è stato possibile vedere e analizzare il mito di Orfeo. Monteverdi e Striggio hanno impiegato una ben altra prospettiva per il loro Orfeo (che risulta anche molto più articolato nella trama).

La psicoanalisi (in particolar modo quella di stampo junghiano) s'è diffusamente dedicata allo studio del mito di Orfeo, non prestando troppa attenzione a sottolineare queste diverse angolature ma cercando piuttosto di cogliere delle realtà comuni e sottostanti ai diversi modi di proporre la vicenda.

Colpisce in particolare la frase di Franco Fornari a proposito del divieto per Orfeo di guardare il volto di Euridice nel momento di riportarla fuori dal mondo infero: "si può guardare il volto della madre solo dopo esser nati e quindi solo dopo aver perso la madre" (in altri termini, non è possibile godere del "paradiso" uterino e al tempo stesso godere della bellezza del volto materno, e quindi della donna tout court. Il "principio di realtà" ci porta a scindere questi due momenti; la separazione dalla madre porta a perdere un paradiso, ma a conquistarne immediatamente un altro).

Di fatto, l'Orfeo di Gluck è un continuo anelito verso la donna amata e verso la bellezza perduta. La debolezza di Orfeo e il suo fatale errore (che consiste nell'essere posseduto dal desiderio di guardare il volto dell'amata in un momento in cui ancora non gli è concesso) lo porterebbero alla perdita definitiva di Euridice. Ma alla fine vince la pietas, Amore si commuove, e nel finale si può dunque celebrare il ricongiungimento dei due amanti.

Non da ultimo, l'Orfeo di Gluck è anche il "sintomo" musicale par excellence di quella svolta (una vera e propria riforma in musica) che conduce ad un progressivo allontanamento dall'opera metastasiana (considerata da Gluck e da Calzabigi ormai ampollosa e artificiosa). Il 1762 (anno per l'appunto dell'Orfeo) è data-crocevia (significativamente) fra la morte di Haendel (compositore da cui molto assorbirà Gluck) e l'ascesa dell'astro di Mozart (che molto guarderà a Gluck).

La regia di Vick nell'allestimento per Ferrara riflette in pieno quella semplicità e asciuttezza proprie del capolavoro di Gluck e Calzabigi restituendo al pubblico il "palpito" del sentimento e la "pulsazione" del ritmo dell'azione. L'idea cardine consiste nel mettere in piena evidenza il coro (l'ottimo "Voci Barocche" del Teatro Alighieri di Ravenna tra l'altro magnificamente guidato da Elena Sartori), utilizzandolo anche sul piano coreografico: i coristi sottolineano continuativamente attraverso i movimenti e i gesti e i ballerini attraverso la danza (danze astratte, simboliche) l'andamento della vicenda e i contenuti del testo in un gioco ambiguo tra Natura e Artificio, Mondo sensibile e Mondo del sovrasensibile. Vick pare quasi voler sfidare il pubblico a discernere in quei gesti e in quei movimenti il mondo della Natura da quello dell'Artificio: il gesto astratto è necessariamente innaturale, e quindi legato all'Artificio e al mondo del sovrannaturale? Oppure si può osservare tutto in modo rovesciato, e intravedere in quei movimenti la vera Natura e il vero mondo del Sensibile? Un coro composto di giovani interpreti (perennemente scalzi), che fin dal loro primo apparire in scena vuol quasi suggerire un suggestivo "entrare" di tutti noi nel mondo di Orfeo ed Euridice, mondo sospeso fra fisicità (sensualità) e inconsistenza (spiritualità). Per il resto, una regia scarna e allusiva, quasi minimalista, che garbatamente sapeva anche indirizzare verso il senso iniziatico della vicenda. Claudio Astronio ha guidato con sapienza e intelligenza la valida Orchestra Barocca di Bolzano "Harmonices Mundi". Il controtenore siriano Razek-Francois Bitar, Orfeo, Marta Vandoni Iorio, Euridice, e Roberta Frameglia, Amore, sono stati salutati dal pubblico di Ferrara con un certo calore.

Luca Mantovanelli, 21 febbraio 2007