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PROVA
D’ORCHESTRA
ORCHESTRA
GIOVANILE “LUIGI CHERUBINI”
Direttore
Riccardo
Muti
Ludwig
van Beethoven,
Quinta Sinfonia in do minore op. 67 27
giugno 2005, Teatro Alighieri
Ludwig
van Beethoven
Concerto
in re maggiore per violino e orchestra op.61
Violinista,
Vadim Repin
Paul Hindemith, Sancta Susanna
Opera
in un atto su testo di August Stramm
Susanna,
Tatiana
Serjan
Klementia,
Brigitte
Pinter
La
vecchia suora,
Mette Ejsing
Una
serva, Julia
Hillenbrand
Un
servo,
Igor Horvat
Ensemble “Melodi
Cantores”
29
giugno 2005, Palazzo Mauro de André
L’apparente
“incongruenza” nell’accostare il Concerto per violino e orchestra
op. 61 di Beethoven e l’opera di Paul Hindemith Sancta
Susanna poteva essere risolta essendo stati presenti alla
lezione/concerto del 27 giugno al Teatro Alighieri; lezione/concerto
nella quale un Riccardo Muti particolarmente in forma, dalla
battuta pronta e dalla prepotente maestria nel saper coinvolgere
gli spettatori non esclusivamente esercitando il suo mestiere
– quello di musicista – ma pure leggendo e discorrendo con musicisti
e pubblico, definiva la musica come l’arte che non parla, che
non comunica contenuti (in senso linguistico, come propriamente
si intende), ma che è, invece, espressione di puro spirito.
Da questo semplice assunto, il Maestro conduceva alla comprensione
della Quinta Sinfonia di Beethoven, da un lato ironizzando sui
“contenuti” probabili che taluni critici pensarono di poter
rintracciare rispettivamente in ognuno dei quattro movimenti
di cui questa sinfonia si compone; dall’altro, mettendo in evidenza
come il problema della “comprensione” e, in prima istanza, di
una interpretazione rigorosa ed onesta da parte di direttori
musicali e di critici affliggesse già Beethoven ai tempi suoi,
così come si evinceva da una lettera dello stesso che il Maestro
ha voluto leggere e commentare – lo ripetiamo con ironia sottile
– prima di dare l’avvio alla prova vera e propria con i giovani
professori dell’orchestra.
In
questo interesse per la musica in quanto pura “forma”, nel ribadire
la straordinaria grandezza di Beethoven, costruttore di nuova
forma e ponte verso la modernità, e nel rispetto per l’opera
del compositore che Muti ha voluto trasmettere, il legame con
un’opera, la Sancta Susanna di Hindemith in cui il problema
del “significato” – da eliminare – concerne non solamente la
scrittura musicale ma pure il libretto. Come
si legge nel Programma di sala, nello scritto di Giselher Schubert,
Hindemith aderì all’Espressionismo di Francoforte rimanendo
affascinato dalle opere di Kokoschka e di Stramm “i quali
cercavano un supplemento nella musica, e dalla sostanza delle
loro opere che tentavano di andare oltre la musica, di raggiungere
un’essenza musicale” e compose un trittico (con le
opere Assassinio, speranza delle donne – Sancta Susanna –
Das Nusch-Nuschi, testi rispettivamente di Kokoschka, Stramm
e Blei) nel quale, cito sempre dal Programma “ “egli trovò
un’autonomia di forma musicale che si riflette in modo sublime
sul contenuto dei tre drammi”.
In
modo efficace e moderno, nonostante l’Espressionismo tedesco
sia stato un fenomeno assolutamente inscrivibile all’interno
di un momento storico affatto definito, le sue teorie si dimostrano
attualissime nella definizione di quel contrasto forma/contenuto
che da sempre caratterizza il fatto musicale e la sua autonomia
dalla parola per un verso e dal suo contenuto dall’altro. L’Espressionismo
tentò di ricondurre l’esperienza artistica, qualunque essa fosse,
alla riscoperta della realtà spirituale, in netto rifiuto alla
imitazione della natura di matrice ottocentesca, attraverso
la descrizione di esperienze legate in particolare alla sfera
dell’incoscio che risultassero provocatorie per i sensi. In
termini concreti questa ricerca, che ebbe particolare intensità
soprattutto in campo pittorico con artisti quali Kandinskij,
Kokoschka, Nolte, Kircher e Paul Klee, ma che coinvolse tutta
la sfera dell’espressione artistica (in musica, con Schönberg
– Berg – Webern) si oppose alla concezione di un’arte specchio
della realtà, di un’arte mimetica, a motivo di un sostanziale
e radicale ripudio del mondo quale quello in cui gli artisti
vivevano; un mondo in cui la massificazione evidente, l’invadenza
di una logica “industriale” nei rapporti sociali come interpersonali,
portava gli artisti ad una voluta astrazione, alla ricerca del
ritorno ad un mondo pre-industriale, primigenio, legato ad un
passato mitico ed eroico e alla scoperta di paradisi esotici
lontani dalla civiltà moderna abbrutita ed avvilita dalle ottusità
mercenarie dell’industria e dell’etica borghese, sua conseguenza,
considerata nei suoi aspetti deleteri di falsità, coacervo di
regole e convenzioni, di norme di carattere morale o comportamentale
tali da spegnere qualsiasi slancio naturale e egoisticamente
eroico. Il sentimento antiborghese spostava il suo centro d’interesse
nell’amore e nella preferenza accordata a situazioni limite,
quali la scelta del “brutto”, dello squallore di periferie industriali,
di ospedali, dei ghetti urbani, di tutti i luoghi in cui il
dolore e la sofferenza fossero evidenti, nella evocazione di
situazioni scabrose, amorali, nel racconto di aspetti banali
della vita quotidiana, nella accettazione onnivora di ogni pulviscolo
di vita in un disordine che poteva simbolizzare il disordine
“sordido” della società industriale.
A
questo rifiuto in termini ideologici si univa anche il rifiuto
della lingua codificata in quanto anch’essa espressione di un
mondo disumanizzato e borghese, in quanto anch’essa mimesi di
una realtà detestata. Al suo posto, l’idea di una completa adesione
alla speranza di una assoluta autonomia del linguaggio, scevro
dagli obblighi della sua funzionalità borghese; non più mezzo
di analisi psicologica dell’individuo, ma al contrario mezzo
per l’ epifania dell’io profondo attraverso l’espressione di
sentimenti “forti”, di voci inarticolate, di sensazioni palesemente
amorali, mezzo per la raffigurazione dell’estasi, momento unico
in cui l’essere più autentico si rivela libero da lacci sociali,
ma soprattutto morali.
L’opera
Sancta Susanna rappresenta un modello in questo senso.
L’autore del libretto, August Stramm adotta le tesi programmatiche
del teatro espressionista: voluto atteggiamento anticonvenzionale,
anti-naturalistico; racconto di una vicenda “simbolica”, di
una visione come sintomo della ricerca di libertà dalle strettoie
della morale corrente; il rifiuto di una “comprensione” in termini
psicologici dell’atteggiamento del protagonista, ma l’insistenza
nel racconto di una situazione estrema che allontana il protagonista
dal consesso umano, dal sociale borghesemente costruito ed accettato;
l’insistenza nella descrizione delle conseguenze di un abbandono
all’ebbrezza dei sensi, dell’annientamento della volontà (come
indice ulteriore di costrizione sociale); la ripulsa del linguaggio
codificato, di una trama, al fine di privilegiare le manifestazioni
dei sentimenti e dei sensi in una catena di battute brevi, di
esclamazioni che pongono, come già detto, il personaggio principale
al di fuori di un possibile “dialogo” (nonostante la presenza
di altri attori).
Hindemith
trovò nel testo di Stramm il luogo idoneo per il medesimo rifiuto
nei confronti di un romanticismo ormai esangue, di una espressività
sentimentale, anch’essa di matrice borghese, attraverso la scelta
di una scrittura complessa, dell’eccesso e di una asprezza fonica,
veicoli di ironia profonda pur nella rinuncia di una destrutturazione
radicale del linguaggio musicale. Quel che ne risulta è allora
un’opera di forte pregnanza emotiva, di forte carica per l’ascoltatore,
di forte valore concettuale e di denuncia (al punto tale che
l’opera fu in più occasioni ufficialmente bandita e sanzionata
dall’autorità costituita; nel 1977, a Roma, la Santa Sede e
alcune associazioni cattoliche denunciarono direttore artistico
e sovrintendente). Intensa,quindi, è stata la reazione dei presenti
al concerto: taluni entusiasti, taluni sconcertati, ma in ogni
caso, tutti fortemente colpiti anche a motivo di una direzione
attentissima a mettere in luce la complessità della partitura,
le asprezze, i silenzi e gli “urli”, a condurre l’orchestra
e i cantanti verso il meglio ottenibile. Bellissima, a mio parere,
l’interpretazione di Tatiana Serjan, soprano, voce potente e
emotivamente trascinante.
Bellissima
anche la prima parte della serata con l’esecuzione del Concerto
per violino e orchestra op.61 di Beethoven e bravissimo
Vadim Repin, solista. Composto nel 1806, questo concerto condivise
in qualche modo il destino dell’opera di Hindemith: pur essendo
una pagina di straordinaria profondità emotiva e lirica,
pur essendo stato poi riconosciuto come il padre dei successivi
concerti romantici per violino (si pensi a quelli di Mendelssohn,
di Schumann e di Brahms), esso fu “disprezzato” da critica e
pubblico e raccolse una serie di insuccessi prima di entrare
nel novero delle più grandi composizioni della musica occidentale.
Ad
ogni buon conto, e senza voler trovare una soluzione a tutti
i costi, non solamente alcuni tratti biografici hanno costituito
il “legame” tra i due pezzi in programma, ma il tentativo di
dimostrare il potere della musica, affrancata da preconcetti
odiosi e riportata alla sua natura di φωνή
e
non di λόγος ; il tentativo di percorrere un tratto
della storia musicale, della cultura in senso lato, nello sforzo
di liberare l’arte da sovrastrutture sociali e di classe per
ritrovare la forza dello spirito nella sua essenza e ancora, mi si permetta una piccola licenza, con l’esecuzione di Sancta
Susanna, il tentativo (questo forse non propriamente
voluto da Muti ma ugualmente possibile) di rintracciare nella
lingua scritta l’altissimo valore della Letteratura in se stessa
e in “compagnia”, degnissima sposa della musica quando il libretto
è di qualità.
Notevole
il gradimento del pubblico e sentito il “grazie” tributato a
Muti – c’erano due striscioni che sono stati alzati al termine
del concerto che onoravano il Maestro – così come era stato
nella lezione/concerto del 27 giugno; “Genial, como siempre!”
ha commentato una signora di Madrid, seduta nel mio stesso palco,
e che segue Muti dovunque lui vada. Lascio a lei, a questa signora
gentile e “aficionada”, l’ultima parola a commento di queste
due serate.
Daniela Testa, 4 luglio 2005
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