RAVENNA FESTIVAL - OMAGGIO A CARLOS KLEIBER

 

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OMAGGIO A CARLOS KLEIBER

DI RICCARDO MUTI

 

FRANZ SCHUBERT, Sinfonia n.8 in si minore “Incompiuta” D759

JOHANNES BRAHMS, Rapsodia per contralto, coro maschile e orchestra op.53

Direttore, Riccardo Muti

Contralto, Bernarda Fink

Orchestra Filarmonica Slovena

Coro da Camera Maschile Sloveno

 

Probabilmente la scelta della Rapsodia per contralto, coro maschile e orchestra di Brahms non è stata determinata dalle ragioni che l’ hanno resa così “ben trovata” la sera del 7 luglio; forse, addirittura non c’ era alcuna ragione particolare al di là del collegamento con il tema, filo rosso dell’edizione 2005 del Ravenna Festival, “Il deserto cresce… Viaggio tra simbolismo e utopia”; i tragici fatti di Londra, però, hanno reso particolarmente eloquente il senso recondito del brano, quell’utopia sottesa alla musica e al testo di Goethe: dal deserto del singolo, violento nel proprio dolore, alla speranza della luce, dell’amore, della pace in una rinascita che escluda il passato e guardi avanti ad un futuro migliore. Questo, purtroppo, il messaggio del Festival; questo, purtroppo l’omaggio estemporaneo della serata e del minuto di silenzio che l’intero Palazzo Mauro de André  ha tributato alle vittime dell’attentato alla metropolitana di Londra.

Per ragioni di programma, credo, o per precisa volontà di “andare avanti”, nonostante tutto, la serata si è svolta come da copione: un omaggio a Carlos Kleiber, ad uno dei direttori più lontani dal divismo “spessissimo” connesso alla esecuzione della musica; ad un direttore “introverso, riservato e persino timoroso” (cito dal Programma di sala) che si tenne lontano dai fasti di una carriera musicale ben promettente in questo senso e ebbe la fortuna, concessa a pochi ma nel suo caso assolutamente dovuta, di “vivere” della sua arte, di ciò che più amava e di restare “puro”, se così si può dire, senza dovere cedere ai diktat dell’industria culturale e dei rituali del bel mondo. Un uomo lontano dai riflettori al punto tale che chi ne ha raccontato la persona (un Maestro Muti ancora una volta loquace e coinvolto) ne ha dovuto sottolineare gli aspetti umani più che quelli di sommo artista: l’umiltà profonda anche nel rapporto con i professori delle orchestre con cui lavorò; la capacità di “comprendere” alla perfezione chi aveva di fronte, gli orchestrali come i colleghi; la capacità di giudicare, di essere benignamente tagliente là dove ovvio; il dolore tutto umano degli ultimi anni.

Una cerimonia semplice, volutamente senza sfarzi – la giornata di lutto non ne avrebbe permessi molti – di fronte ad un pubblico “comune”, il pubblico del festival attratto anche da queste manifestazioni; la scultura donata al Maestro Muti da alcuni giovani della neonata Orchestra Cherubini presenti per l’occasione. L’applauso caloroso degli spettatori anche, se non in particolare, proprio a quei giovani musicisti dell’Orchestra Giovanile "Luigi Cherubini" nata anch’essa all’insegna di un “deserto alle spalle e di un’utopia nel futuro”: il deserto della scarsa considerazione italiana per la musica, così come afferma Muti nell’intervista a corredo del Programma di sala della lezione-concerto del 27 luglio, o meglio il deserto del disinteresse tutto nazionale, palese e storico, per qualsiasi espressione artistica (che la musica o la maggior parte delle arti restino “passatempi” poco popolari è dovuto anche a questo); il deserto che si apre di fronte ai diplomati dei Conservatori, pochi dei quali potranno vantare allievi che saranno riusciti ad entrare in una orchestra o a lavorare in campo musicale e l’utopia di un’orchestra che sia campo di formazione per i futuri professori, terreno di apprendimento del valore morale della professione, luogo di conoscenza di realtà musicali d’oltre confine e di musicisti di alto livello, siano essi italiani o stranieri; primo contatto, “rapporto tra scuole musicali e teatri o sale da concerto ancora del tutto irrisolto e confuso” (cito sempre dall’intervista summenzionata al Maestro Muti). Un’utopia che non si ferma al puro dato tecnico della formazione di un buon orchestrale, ma che cova in sé anche il sogno di infondere in chi suona quella coscienza etica del mestiere – come detto prima – che permetta al professore d’orchestra di restare in qualche misura “incontaminato” nei suoi intenti, non logorato dalla routine, non attore di eventi, o peggio accompagnatore di eventi o di “divi” (generalmente in una fruizione malata dell’opera lirica o della musica sinfonica). Un’orchestra di soli italiani: anche questa una scommessa e, in fondo, nonostante tutto, una mai sopita fiducia non solo per la musica ma pure per l’Italia nella speranza di una sua rinnovata presenza nel mondo artistico e musicale. Nonostante tutto.

 Daniela Testa, 18 luglio 2005