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Lasciata Vienna
alle nove, dopo mezz’ora si sta già costeggiando prati terrosi
e alberi dai rami protuberanti di vischio. È il tempo di
rilassarsi e di ricordare i tre giorni trascorsi, c’è la voglia
di pensare e di veder scorrere dal finestrino del pulman le
casette qua e là ordinate, con il loro bel tetto scuro e le
finestrelle aperte. Ma ecco Matteo che, dal suo posto di secondo
pilota, si alza e, incurante di chi sta sonnecchiando, inserisce
una videocassetta: grande orchestra, direttore dalla folta chioma
bianca e via con la suite del balletto Romeo e Giulietta di
Cajkovskij.
La musica copre
a malapena il rumore beccheggiante dell’automezzo e mi sembra
un’ottima scelta.
Riporto lo
sguardo fuori dal finestrino e, incredibile, una fitta nebbia ha
improvvisamente disperso il paesaggio: solo, visibili, filari di
alberi si rincorrono lungo il nostro cammino. Vienna è già alle
spalle, ma noi adesso potremmo essere in un’altra qualsiasi
campagna di Europa tanto il grigio ci avvolge. Un grigio che non
è quello luminoso, biancastro, argenteo che ci ha incantato allo
Staatsoper nell’Osud di Janacek. Tendoni di plastica
ruotavano, svolazzavano, cangiavano sotto le luci dei riflettori
mostrandoci o nascondendoci una appassionata vicenda dei primi del
Novecento, e sulla musica si muovevano quei maestosi fogli
trasparenti, simili ad ali di un tempo fuggevole, un tempo
carico-di-storia che miracolosamente si incarnava nella presenza
scenica della mitica cantante Anja Silja.
Nel video ora
è iniziato il concerto per violino e orchestra di
Mendelssohn. Oh. O! Vienna delle mie brame, per fortuna che c’è
il Wanderer Club e questa musica universale! Devo ricordarmi di
ringraziare Matteo ancora una volta, per tutto questo.
Mi giro e fuori
la nebbia, magicamente, si è alzata come un sipario fatto
d’aria e il paesaggio si sta colorando delle tonalità
dell’arancione, verde, marrone, così come è successo anche a
teatro quando si è passati, dopo l’intervallo nel magnifico
foyer, alla coloratissima seconda opera in programma: Le Villi
di Giacomo Puccini.
Ebbene lì
siamo stati sorpresi da una gigantografia, a tutto fondale, di
uomini ricoperti di un fitto fogliame verdastro, da una massa di
coristi in abiti tirolesi plastificati, e solo i due protagonisti
erano di bianco vestiti; ma cosa pretendere ? il canto del tenore
saliva alle stelle cosicché le fantasticherie della storia a chi
interessavano più ? già si pensava al giorno dopo, quando
proprio quel bel tenore, José Cura, in carne ed ossa, si sarebbe
seduto accanto a noi in una saletta della pasticceria Demel:
appuntamento che puntualmente si è verificato con grande emozione
di tutti e ancor di più per una di noi…
Il paesaggio si
sta rischiarando, fra poco saremo al confine e ancora rimpiango di
aver saltato “la chicca” delle trasferta: il Billy Budd
di Britten; però non ho mancato la serata al Musikverein, la
famosa sala dorata, per noi non infiorata come per la ripresa TV a
capodanno, ma assai più modestamente agghindata in “costumi
d’epoca” e … il resto nol dico !
Il pulman
sobbalza sulle note di Mendelssohn e di quel violino, il panorama
ora è nitido e autunnale come deve essere e, forse, è sempre
stato e mi fa pensare alla Vienna che avrei voluto vedere, quella
che immagino leggendo di Mozart e Schubert, e che naturalmente non
c’è più (per fortuna che non ho fatto quel tuffo nella
minuscola e linda casa di Haydn !) ma ancora benedico il Wanderer
Club che, nel bene e nel male, questa città mi ha fatto ritrovare
!
Fausta
Molinari, gennaio 2006
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