Les Troyens a Parigi

 

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Monaco e Parigi. Un confronto

A Parigi, il Wanderer ha assistito ai suoi secondi Troyens.
La prima volta era stata a Monaco, nell’estate del 2000, per una nuova produzione ugualmente prestigiosa ma artisticamente molto diversa.
Mi piacerebbe tentare sinteticamente un confronto fra queste due edizioni, lontane anni luce l’una dall’altra.

Anzitutto i direttori (entrambi al debutto in quest’opera).
A Monaco, Zubin Mehta lanciava sonorità perentorie e pastose, in linea con la tradizione che vuole dei Troyens un testo pre-wagneriano: lo splendore della sua lettura era trascinante e, come al solito, di una teatralità maestosa; a Parigi, invece, Gardiner ha stravolto tutte le tradizioni, rarefacendo il suono a livelli di leggerezza e di poesia inaudita e lasciando emergere l’asciutto declamato dei personaggi: ne è uscita una tragedia moderna, raccolta, dai dolori più confidenziali e meno eroici, ma anche di limpido nitore neoclassico.
A Monaco le regia di Graham Vick (contestatissima dal pubblico) sembrava irridere ai clangori del Grand-Opéra, con ambientazioni inattese (una Troia cadente e “anciène regime” e una Cartagine lieta e futurista, a metà fra il Kolchoz e il villaggio turistico); a Parigi Kokkos, meno fantasioso ma alla fine più efficace, ricorreva ai suoi bianchi “classico-opalescenti” e ai suoi giochi di specchi, sempre particolarmente efficaci.
A Monaco il balletto della caccia reale veniva reso con dissacrante riferimento alla disneyana Fantasia (con tanto di calle gigantesche e coniglietti); a Parigi con giochi di luce talmente magici (fatti di trasparenze e proiezioni) da dare l’idea di ritrovarsi in un sogno.
A Monaco, Enea era una grande voce di stampo wagneriano (Jon Villars) mentre a Parigi era un delicato belcantista (Gregory Kunde). Nessuno dei due ha lasciato il segno.

Concludiamo con i due ruoli femminili principali: Didone e Cassandra.
A Monaco, l’accoppiata (davvero stellare) era rappresentata da Waltraut Meier e Deborah Polaski (due somme declamatrici wagneriane); a Parigi da Susam Grahm e Anna Caterina Antonacci (più fragili, meno eroiche e infinitamente più predisposte al cesello belcantistico).
Fatte salve le differenze interpretative, direi che la Cassandre della Antonacci ha surclassato quella della Polaski.
Da vera accentratrice della scena, la cantante italiana ha raccolto su di sé (sulla figura bellissima, sulla morbidezza del registro centrale, sull’intensità della declamazione) tutto il senso di sfacelo che incombe sulla “prise de Troie”. Al confronto la pur bravissima Polaski sembrava, a Monaco, timida e congelata in una solennità fin troppo marmorea.
Al contrario, la Didone di Susan Graham a Parigi (strepitosa nel cogliere l’umanità moderna della regina e nei filati struggenti di “Adieu, fière cité”) deve cedere il passo all’incarnazione geniale di Waltraut Meier (Didone a Monaco) protagonista di una delle prove musicali e attorali più complete che abbia mai visto a teatro.

Matteo Marazzi