TANNHAEUSER

Musica di Richard Wagner, su libretto proprio

Personaggi principali

Herrmann, landgravio di Turingia basso
Elisabetta, sua nipote
soprano
Tannhäuser tenore
Venere soprano
Wolfram von Eschenbach baritono
Walther von der Vogelweide tenore
Biterolf basso
Heinrich der Schreiber tenore
Reinmar von Zweter
basso
Un giovane pastore soprano
Quattro paggi soprano, contralto

Prima rappresentazione: Dresda, 1845
L'azione ha luogo in Turingia, a Wartburg, all’inizio del 13° secolo

Atto primo
Tannhäuser è sulla montagna di Venere da molto tempo ormai, dove si è abbandonato alla passione dei sensi. Ma ora gli pare di udire un richiamo dimenticato, il suono delle campane. La dea non vuole ascoltare il rimpianto di lui, anzi lo invita a cantare all’amore. Lui, pur cantando come lei desidera, conserva nel cuore anche il desiderio del dolore, e chiede alla dea di lasciarlo partire: aspira a tornare sulla terra, lontano dalle sublimi ebbrezze di quel regno. Non cede alle lusinghe con cui lei vuole trattenerlo, finché è la dea stessa a scacciarlo augurandogli minacciosamente che la sua sorte sia quella che desidera; non troverà la salvezza fra gli uomini, e dovrà tornare da lei, perché anche con l’esilio non sarà redento. Confidando di trovare la salvezza nella Madonna, lui si ritrova ai piedi della sua statua, mentre un pastorello canta una melodia dedicata alla primavera. Passa il coro dei pellegrini diretti a Roma alla festa della grazia per espiare i propri peccati con la penitenza ed il pentimento. Anche Tannhäuser è conscio del peso dei propri peccati e sceglie per questo di riscattarsi con loro. Usciti i pellegrini, arrivano i suoi antichi compagni, cantori come lui, che lo riconoscono e lo accolgono con affetto, pregandolo di non partire in pellegrinaggio e di restare con loro. Lui dapprima rifiuta, vuole andare a Roma, ma poi quando i compagni nominano Elisabetta, si commuove e gli amici gli raccontano della magia da lui stesso creata. Nelle loro gare di canto, lui si era sempre messo in evidenza, tanto da ammaliare la fanciulla; così, quando lui era partito, lei non aveva più ascoltato i canti dei cavalieri. Ora col suo ritorno sperano che la fanciulla tornerà a presenziare ai loro incontri e per questo lo pregano di restare, chiamandolo fratello. Lui, convinto, sente di essere ritornato al suo mondo.

Atto secondo
Siamo nel salone dove si svolgerà la gara di canto. Elisabetta attende felice la gara cui finalmente assisterà, dopo la lunga assenza dell’amato, assenza che la aveva lasciata priva della pace e della gioia. Il ritorno di lui le ridà la vita, e al suo ingresso Tannhäuser le si inginocchia davanti e viene accolto con affetto. Lui le racconta di essere andato lontano fino ad avere perso la speranza di rivederla, e solo un miracolo lo ha ricondotto lì. Grata per il miracolo, Elisabetta gli confida i suoi sentimenti: solo le sue musiche avevano svegliato in lei una vita nuova, e la sua partenza le aveva tolto la pace. Ora il dio dell’amore li ha ricongiunti e in un duetto cantano la loro felicità e si preparano ad un luminoso avvenire di gioia. Dopo l’uscita di lui, Elisabetta viene raggiunta dal landgravio suo zio: egli capisce che la nipote ha un dolce segreto dalla gioia che legge nei suoi occhi, e le concede di custodirlo finché non avrà il potere di scioglierlo come è destino che accada quel giorno stesso, quando l’arte diverrà realtà. Arrivano ora i nobili invitati: salutano il principe di Turingia di cui sono vassalli e finalmente inizia la gara di canto. I contendenti sfilano con la loro cetra e vengono accolti dall’anfitrione che saluta in modo particolare colui che è tornato dopo una lunga assenza. Il tema della gara è l’amore e chi ne canterà nel modo più degno riceverà l’amore stesso in premio, cioè la mano di Elisabetta. Il primo sorteggiato è Wolfram von Eschenbach che si rivolge ad Elisabetta cantando dell’amore spirituale. Dopo di lui canta Tannhäuser ma egli è influenzato dal tempo trascorso fra le lusinghe di Venere e nel suo canto si esalta l’amore carnale. Il terzo cantore, Walther, risponde a Tannhäuser richiamando il concetto di virtù ed accusando l’uomo di voler profanare la purezza della sorgente da cui tutti loro sono ispirati. Lui allora risponde con un canto in cui afferma di esaltare l’amore in tutte le sue forme, compresa la passione. I cantori sono a questo punto scandalizzati dal suo orgoglio; Biterolf lo rimprovera di frivolezza, Wolfram fa appello alla santità dell’amore celeste, ma lui continua a difendere l’aspetto carnale dell’amore e li invita a recarsi alla montagna di Venere. Da questo accenno tutti capiscono che lui è vi stato, partecipando a piaceri che vengono definiti esecrabili. Vogliono addirittura ucciderlo, ma Elisabetta interviene: malgrado l’atroce offesa subita, spera che all’uomo che ama venga tuttavia concessa la salvezza eterna. La volontà divina parla per la bocca di una vergine e lei chiede che al peccatore, irretito dalle lusinghe di Venere, venga concesso di cercare e di ottenere l’espiazione. A questo punto Tannhäuser riconosce la propria colpa; Elisabetta parla con la voce di un angelo e tutti, pur senza perdonare al colpevole e addirittura scacciandolo dalla Turingia, gli concedono di cercare la propria redenzione. Potrà unirsi ai pellegrini raccoltisi in quella terra pronti ad espiare i loro peccati recandosi a Roma: anche lui, inginocchiato davanti al Papa, dovrà ottenere la sua benedizione ed allora verrà perdonato, ma se dovesse perseverare nel peccato, le loro spade lo raggiungeranno ovunque. Egli accetta il pellegrinaggio, per riconciliarsi con il suo angelo.

Atto terzo
Ai piedi della statua della Vergine, Elisabetta sta pregando per la salvezza dell’anima dell’amato, come fa tutti i giorni da quando lui è partito, nell’attesa del ritorno dei pellegrini. E’ presente anche Wolfram, e insieme odono il coro dei pellegrini che concludono il loro viaggio dopo avere ricevuto la grazia. Tuttavia fra loro Tannhäuser non c’è ed Elisabetta disperata prega la Madonna di portarla via da questo mondo, per entrare pura nel regno dei cieli, perchè anche il suo cuore è stato distolto da un desiderio peccaminoso, pure se ha combattuto per soffocarlo. Wolfram la vorrebbe accompagnare, ma lei esce di scena senza rispondere. Ora Wolfram canta di oscuri presagi e la sua anima trema di orrori inespressi, ma fra le stelle appare la luce consolatrice della fede ed ora a questa luce lui dedica il proprio canto. Quando finisce il canto arriva un pellegrino solo e lacero, richiamato dal suono dell’arpa: è Tannhäuser, non ancora discolpato che osa tornare in quelle terre perché cerca di nuovo una strada che così facilmente aveva trovato la prima volta, quella della montagna di Venere. Racconta all’amico quanto gli è accaduto: è andato da Roma come il più umile dei penitenti, ardente di pentimento e si era prostrato davanti al Papa. Il Pontefice aveva dato la grazia a tutti quelli che la invocavano, ma quando lui gli era arrivato davanti chiedendo redenzione gli aveva risposto che per chi si era bruciato nelle fiamme dell’inferno la condanna era eterna: sarebbe stato più facile che dal suo pastorale spuntassero nuovi germogli, prima che lui avesse la salvezza. I canti di grazia risuonavano per tutti fuorché per lui e così era ripartito alla ricerca almeno della voluttà. L’amico Wolfram cerca di fermarlo, ma già le lusinghe di Venere stanno irretendo l’amico: la dea lo accoglie, lo perdona e gli promette gioia eterna. Wolfram lo scongiura nel nome di Elisabetta, ed al nome della donna si sente annunciare che quell’angelo è morto e ora prega per lui: Tannhäuser è salvo e Venere lo ha perduto per sempre. Il canto del coro annuncia che ad Elisabetta è stato riservato il destino degli angeli, e il peccatore per cui lei ha pianto ha ottenuto la salvezza celeste. Ora il pellegrino si inginocchia davanti al corpo di Elisabetta morta, mentre il coro canta l’inno della redenzione ed il legno del pastorale si è coperto di foglie fresche; anche nelle fiamme dell’inferno il peccatore ha trovato grazia.

A cura di Cristina Guglielmini